Regole come correttivo per un sistema economico prospero
Il mio commento pubblicato da Il Sole 24 Ore il 22 febbraio 2025.
C’è un limite oltre al quale la necessaria semplificazione si trasforma in furia distruttiva di ogni regola, percepita come zavorra per la competitività del sistema economico. Valicare tale limite non è mai un bene. Il rischio è cadere nell’estremo opposto della esasperata deregolamentazione, storicamente anticipatoria di regimi autoritari, quando non bilanciata con politiche di equità.
Negli Stati Uniti questa tendenza si sta concretizzando con la presidenza Trump, che nelle prime settimane del suo nuovo mandato ha emesso più ordini esecutivi di qualsiasi suo predecessore nella storia americana. Ma anche in Europa si avverte una simile tentazione: sebbene si critichino le mosse del presidente statunitense cresce la spinta a eliminare vincoli burocratici percepiti come soffocanti, spesso con argomentazioni legittime, ma con il rischio di scivolare nell’eccesso opposto.
La regolamentazione, se ben calibrata, è essenziale per prevenire disastri economici e sociali. Esempio recente ed eclatante è l’epidemia di abuso da oppoiodi negli Stati Uniti, aggravata dalla diffusione incontrollata dell’OxyContin e dalla spregiudicatezza della Purdue Pharma, e alla crisi di dipendenza da fentanyl. Secondo i dati del Cdc (Center for Disease Control), nel 2022 oltre 107mila persone sono morte per overdose da oppioidi, con il fentanyl responsabile di più del 66% di questi decessi. In Europa, invece, norme più rigide sull’ingresso nel mercato di nuovi farmaci e controlli efficaci hanno impedito un’analoga catastrofe.
Esistono molti altri esempi di regolamentazioni europee che hanno concorso non solo alla protezione dei cittadini ma anche alla competitività economica. Tra gli altri, il regolamento europeo Reach ha stimolato l’innovazione sostenibile nei settori chimico, farmaceutico e cosmetico: dal 2007, ha ridotto l’uso di oltre venti sostanze dannose e promosso un mercato da 50 miliardi di euro in prodotti chimici alternativi. O ancora, le direttive sull’economia circolare e sulle energie rinnovabili che hanno generato crescita e nuove eccellenze industriali, con un aumento del 20% degli investimenti green dal 2015 al 2023 e una riduzione del 12% delle emissioni industriali di CO2.
Questa riflessione di applica ancora di più alle regole sui diritti fondamentali e alle azioni per eliminare la disparità di condizioni e di opportunità personali di partenza.
È il caso delle politiche di Diversity, Equity & Inclusion, oggi al centro di un acceso dibattito.
Ci sono stati eccessi nell’applicazione di queste azioni? Sì, certamente. Soprattutto negli Stati Uniti. Gli eccessi giustificano la totale cancellazione di programmi che hanno portato, laddove ben applicati, equità, innovazione, riduzione di turnover, aumento delle prestazioni? Assolutamente no, sarebbe una decisione non solo iniqua ma antieconomica. Parlano i dati: secondo un report McKinsey del 2023m le aziende con alti livelli di diversità hanno il 25% in più di probabilità di ottenere profitti superiori alla media.
Il problema principale è che l’ideologizzazione e la strumentalizzazione politica del dibattito ha già fatto scattare la trappola della radicalizzazione e, quindi, l’immobilismo nel migliore dei casi.
Occorre allora ripartire dalle basi:
- Le regole Dei (Diversity, Equity & Inclusion) sono un messo, non il fine e sono state introdotte perché non a tutti è data naturalmente l’opportunità di dimostrare il proprio merito: non escludere nessuno consente di accedere a un pool più ampio di talenti. Possiamo cambiare denominazione, se non piace più, ma la necessità resta.
- Non tutto è stato perfetto, quindi si deve correggere ciò che non ha funzionato, non irrigidendosi in posizioni difensive.
- Nell’analisi sul passato, bisogna sempre basarsi sui dati oggettivi.
- Il mix di azioni deve adattarsi ai contesti differenti, pertanto non può essere identico ovunque.
- Misurare, misurare, misurare sempre.
- E trovare soluzioni innovative, che rispondano ai continui cambiamenti della società.
Le regole servono per far sì che la maggioranza dei cittadini non sia esclusa dal contribuire e dal fruire del benessere collettivo.
Favoritismi e chiusure negli stretti circoli di amici non hanno mai portato benefici duraturi, né alle imprese né alla società. Ecco perché la regolamentazione ben fatta non è un freno, ma un correttivo essenziale per un sistema economico prospero, equo e sostenibile.