Il futuro oggi passa dalla matamatica

Qualche giorno fa un messaggio di Ersilia Vaudo, presidentessa de Il Cielo Itinerante, è stato rilanciato da Il Sole 24 Ore riprendendo un passaggio del libro “Nessuna fuori dal Codice” (di Canfarini e Rossitto).

«La passione o la diffidenza verso la matematica nasce alle elementari. Ed è lì che le bambine cominciano ad allontanarsi. La matematica è un abilitatore di pari opportunità e di futuri. Nessuna bambina dovrebbe sentirsi dire “non sei portata”. É il dovere di un Paese portarcele».

A qualche ora di distanza, mi sono capitate sotto gli occhi le riflessioni di Luca Tremolada, giornalista della stessa testata che da anni si occupa di tech e, specialmente negli ultimi periodi, sta tenendo i fari accesi in particolare su giovani, scuola e istruzione ai tempi dell’Ai. Ragionando sull’apprendimento della matematica da parte dei bambini, il giornalista è partito dal pensiero espresso del Ceo di Nvidia che si è chiesto se studiare le basi della matematica (le tabelline, le divisioni, le radici quadrate) abbia oggi importanza. A fronte di questa boutade, Tremolada si domanda: «quali competenze possiamo permetterci di perdere? E soprattutto, chi lo decide? Un adulto può scegliere consapevolmente una scorciatoia. A scuola dobbiamo ancora costruire gli strumenti per riconoscerla».

Il futuro oggi passa dalla matematica

Pur affrontando il tema da due prospettive diverse e proponendo due atteggiamenti nel toccare la questione, a me pare evidente una costante: in un’epoca di cambiamenti rapidissimi, non è più in dubbio che il futuro passa da una migliore conoscenza delle scienze. E della matematica come base necessaria per tutte le innovazioni. Allo stesso modo come è diventato indispensabile insegnare a tutti a leggere e scrivere, oggi è imprescindibile avere una conoscenza almeno elementare di come si “comportano” in numeri.

Purtroppo, al momento emerge ancora una profonda differenza rispetto a quella che era stata la premessa degli sforzi per alfabetizzare la popolazione oltre un secolo fa. Un’istruzione aperta, pubblica e accessibile a tutti. A causa di una serie di gravi problemi irrisolti nel tempo, specialmente per le materie che sono diventate cruciali, la realtà che è molti oggi restano indietro.

Da una parte perdiamo dei potenziali talenti, il cui svantaggio sta nel nascere in condizioni familiari non ottimali. Dall’altra, a prescindere da precondizioni simil, stiamo lasciando sistematicamente indietro invece una fetta molto considerevole della popolazione scolastica già “solo” per preconcetti culturali. Intanto resta infatti vivo lo stereotipo per cui certi percorsi non sono adatti alle ragazze. E, se anche lasciamo un momento da parte le questioni di genere, si sta pericolosamente diffondendo la credenza per cui certi studi non servono più: tanto ci sono le macchine a fare i conti meglio di noi.

L’errore di credere che le scienze non siano adatte a tutt3

L’errore è molto grave. E perpetrare il messaggio approfondisce le distanze.

Per questo ribadisco ancora una volta i principi base della nostra associazione per la diffusione delle Stem tra i ragazzi italiani: non esiste chi non è portato per la matematica o le scienze. Esistono bias culturali e di genere da cui germinano aspettative e possibilità diverse per ragazze e ragazzi. Esistono barriere mentali più o meno coscienti che alimentano la paura di alcune materie. E esistono gli adulti impreparati (o troppo stanchi) per allargare lo sguardo oltre le etichette “tradizionali”.

Questa situazione ha mostrato appena qualche settimana fa conseguenze tangibili ed allarmanti: non sono mai stati così bassi i risultati del programma Pisa dell’Ocse. I livelli di comprensione di matematica, scienze e lettura dei quindicenni nel mondo sono i peggiori di sempre.

Davanti a numeri così preoccupanti, possiamo allora davvero demandare tutto alle macchine? Possiamo lasciare che guidino le scelte?

Già vediamo come il pensiero critico stia soffrendo e il ragionamento astratto sia diventato un esercizio da evitare per molti. Vogliamo un futuro di risposte preconfezionate? O una generazione che invece capisce dove poggia il presente, ha coscienza delle storture possibili, e può traghettarci in avanti, lasciando alle macchine di “augumentare” le proposte?

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