Risultati PISA: cosa ci dicono i livelli raggiunti dai 15enni nel mondo
Sono da poco usciti i più recenti risultati PISA (Programme for International Student Assessment), iniziativa dell’Ocse che mette a confronto le prestazioni dei quindicenni nel mondo in matematica, lettura e scienze.
Come avviene ogni tre anni, questa pubblicazione era molto attesa. Due le particolarità dell’analisi corrente: da una parte il record massimo di Paesi e ragazzi coinvolti nei venticinque anni di vita del programma – si tratta di 91 Stati e territori per un totale di 760mila studenti rappresentativi dei circa 33 milioni dei 15enni nel mondo.
Dall’altra, il confermarsi in modo allarmante di una tendenza al ribasso nei risultati generali. Nei tre ambiti considerati.

Su tutti, se il balzo in basso peggiore è stato quello della voce “lettura” – su scala mondiale da una media 2022 di 482, si è scesi a 466 punti – cali importanti si sono verificati anche in matematica (da 480 a 469). E, per quanto leggermente più contenuti, in scienze (da 491 a 486).
Cosa è successo?
Davanti a questi numeri, la prima reazione degli esperti è stata di provare a capire cosa abbia causato arretramenti tanto significativi. Se infatti come grande colpevole del calo registrato nel 2022 era stata additata la pandemia, oggi questa scusa da sola non regge più.
Leggendo e ascoltando pareri diversi, appoggio la convinzione di molti che evidenziano come, a definire i livelli registrati concorrono molti e complessi fattori. Ma, allo stesso tempo, non si possono chiudere gli occhi davanti all’evidenza dei dati storici che mostrano come qualcosa è successo a partire da inizio anni ’10. Difficile credere che sia solo una coincidenza il fatto che proprio quelli siano stati gli anni dell’esplosione della tecnologia mobile per tutti e dei social media.
Non voglio semplificare le molteplici sfaccettauture del fenomeno. Sono ben cosciente che siamo davanti a una situazione alla cui definisione concorrono una grande varietà di cause, eventi specifici (economici e sociali) o scelte dei singoli (Governi, genitori, famiglie, …). Nè superficialmente additare un solo responsabile per tutti i mali. Evidente la presenza di certi elementi concomitanti e tra loro sovrapposti nello stesso lasso di tempo. [In questo senso è interessante questo video della BBC].
Di contro, però, non possiamo assolvere del tutto l’onnipresenza della tecnologia sulla quotidianità dei ragazzi. E di conseguenza l’impatto che ha avuto e sta avendo sulle loro performance scolastiche, il loro sviluppo psicologico e i livelli di attenzione che mostrano. Volendo offrire un’evidenza di questo, possiamo guardare alla quota di quelli che dicono di leggere per piacere. Nei soli Stati Uniti, per fare un esempio, tra i tredicenni già nel 2023 si erano registrati i minimi storici (14%).
Nel dare senso alla situazione attuale, un’altro fattore considerato dall’Ocse riguarda la crescita dei cosiddetti “hasty readers”, (lettori frettolosi), cioè quelli che danno risposte veloci ma sbagliate. La proporzione è quasi raddoppiata in sette anni: era il 7% nel 2018, oggi arriva all’11%. Diffiile non immaginare una correlazione tra queste abitudini e i ritmi sempre più rapidi imposti dalla tecnologia mobile.
L’Italia
Chiarito il terreno generale, mi voglio soffermare sul caso italiano.
Il nostro Paese è tra i pochissimi che nelle ultime rilevazioni mostrano un trend in controtendenza. Per quanto siamo sempre stati sotto la media dei 23 Paesi Ocse che hanno partecipato alle rilevazioni sin dall’inizio, secondo i risultati Pisa relativi a 2025, i livelli dei quindicenni nella penisola sono saliti in tutti e tre gli ambiti considerati. Nel caso della lettura, hanno addirittura superato le medie degli altri Stati simili (rispettivamente: 474 e 466).
Il Ministro Valditara ha applaudito subito questi numeri e celebrato il progresso “solido” del Paese. A guardare bene, però, i festeggiamenti hanno un sapore amaro. Più di medaglia di consolazione. Intanto, allargando lo sguardo sui dieci anni passati e considerando anche i risultati Invalsi di luglio, gli studenti italiani perdono chiaramente terreno. E non di poco.
Inoltre, per quanto i dati PISA nazionali indicano un miglioramento, stiamo parlando di una situazione globale allarmante. Mai prima i quindicenni hanno mostrato livelli così scarsi in tutti e tre i domini. Se allora certo è positivo che l’Italia regga, non possiamo dimenticare per esempio che ancora, dati 2025, la media nazionale di abbandono scolastico si attesta al 8,2%.
Non arretrate non significa avanzare
Scrive oggi Ersilia Vaudo nel suo Commento pubblicato su Il Sole 24 Ore: «In dieci anni, nei Paesi Ocse, le competenze in lettura sono arretrate di 28 punti, l’equivalente di circa anno e mezzo di apprendimento, e quelle matematiche di 22 punti, poco più di un anno di scuola». Inoltre, «un quindicenne su cinque risulta ormai un low performer contemporaneamente in scienze, matematica e lettura». E per quanto «la scuola italiana non esce male da questo rapporto», resistere non significa avanzare. «È soprattutto sulla matematica, il terreno sul quale nell’ultimo decennio l’Italia ha perso più punti, che occorre intervenire».

Insomma, a dirla in altri termini, non è affatto il caso di sedersi sugli allori – che poi tali non sono! Anche perché le differenze su scala nazionale persistono e sono enormi. E, inoltre, non sembra essersi risolto ancora definitivamente nessuno dei problemi strutturali di cui soffre la scuola italiana.
Ricordiamolo: un calendario delle lezioni anacronistico per il presente ch eprevede tre mesi di pausa dalle lezioni si trasforma in una perdita importante nell’apprendimento. Il personale docente continua ad esere uno dei più “anziano”, pagato male (con stipendi di poco superiori dei maestri in Romania e Poloni) e spesso sopraffatto dalla burocrazia. E investimenti in strutture e professionisti sotto la media europea, addirittura in calo (per quanto di poco) rispetto al 2014 – dati Eurostat.
“I social media sono un’arma di distruzione intellettuale di massa”
In chiusura di questa riflessione, voglio segnalare la posizione (espressa in termini abbastanza estremi) ribadita dal ministro francese per l’educazione, espressa alla pubblicazione dei risultati PISA. Intervistato da Le Monde martedì 8 settembre, Edouard Geffray ha ripettuto: «i social media sono armi di distruzione intellettuale di massa, e molti hanno detto che esageravo. Ora abbiamo prove concrete di una forte correlazione tra social media e rendimento scolastico, che si traduce in un indebolimento delle capacità di concentrazione e di quelle mnemoniche».
Non si tratta di un pensiero isolato o di parole enfatiche. I dati ci confermano che se il Covid ha causato una cesura importante, chiaramente la tecnologia ha acuito certi fenomeni. L’Economist qualche giorno fa commentava, riprendendo il pensiero del resposabile settore istruzione dell’Ocse: «La diffusione capillare degli smartphone e l’ampio accesso ai social media fanno sì che i giovani su esercitino meno a comprendere testi complessi». In un circolo vizioso, gli schermi allontanano i giovani dai libri, ma leggere è fondamentale per progredire anche in altre materie come la matematica e le sciuenze. E per allenare il pensiero critico, senza il quale l’innovazione soffre. Il progresso rallenta. E la soceità tutta diventa più debole.