Gli asili nido non sono l’unica soluzione per colmare i gap di genere
A fine giungo il ministero dell’Istruzione e del Merito ha prolungato le candidature per “la manifestazione di interesse per la costruzione di nuovi asili nido nella fascia 0-2”. Intanto, notizia non nuova ma che continua a fare effetto, in Svezia gli asili nido (gratuiti) chiudono. Non per mancanza di fondi, ma per carenza di bambini.
Pur restando modello per il generoso welfare e per le conquiste in tema di parità, anche il Paese nordico di confronta con il ribaltamento della piramide demografica dalle caratteristiche simili a quelle italiane. E che nemmeno le ondate di immigrazione degli ultimi decenni danno più respiro – fino a qualche anno fa erano proprio i figli di genitori immigrati entro i confini svedesi, a rallentare leggermente il crollo della natalità.
Nel nostro Paese, dove ancora prima e in modo più drastico rispetto alla Svezia, l’invecchiamento della popolazione si accompagna a una carenza di servizi di cura e alla scarsa partecipazione delle donne al mondo del lavoro, continuano a registrarsi nuovi record negativi su tutti questi fronti. Ma la discussione sembra essere congelata, arroccata su posizioni sfasate rispetto alla realtà disegnata da dati.
Pensiamo, per esempio, proprio al ciclico ritorno della discussione sul finanziamento degli asili nido – non tanto legata alla nota del ministero che, data l’arretratezza italiana in tema posti disponibili, potenzialmente potrebbe costuituire un finanziamento importante. Da molti elevata a soluzione cruciale per risolvere molte questioni aperte, però, investire in strutture per la prima infanzia non è la soluzione per colmare i gap di genere. O cambiare la parabola discendente della natalità.
Concentrare (solo) su questo tutti gli sforzi è riduttivo se non controproducente. Non si guarda all’immagine generale: i bonus nascite una tantum non funzionano – lo sa bene la Corea. E garantire qualche posto in più nelle strutture per la cura dell’infanzia senza prevedere interventi più ampi, è come provare a svuotare una nave che affonda con un secchio bucato.
Bisogna spostare l’attenzione su come gestire una società demograficamente invertita. Non nascondiamolo: abbiamo strutture scolastiche scadenti, pochi programmi di inclusione e re-skilling per immigrati e sotto-occupati/e. A cui si unisce una pesante carenza di personale di cura a lungo termine. Il risultato? Una parte di popolazione (le donne, quasi sempre) deve sopperire alle mancanze strutturali. Gratuitamente. E senza protezione.
La “generazione sandwich”
La questione non è solo sociale. Ma fortemente economica. La “generazione sandwich”, di tutte quelle – uso il femminile esteso, per quanto so essere la realtà anche di qualche uomo – che devono scegliere se abbandonare la propria occupazione. Rinunciare alla carriera o a parte dello stipendio, non potendo permettersi i costi delle cure esterne. O iniziare proprio a lavorare del tutto.
Non è certo un problema solo italiano. Si leggeva su Il Sole 24 Ore appena qualche tempo fa come in tutta Europa «l’assistenza resta al momento una questione che si può solo gestire “in famiglia”, rappresentando in certi casi l’unica possibilità (i costi di altre soluzioni sono spesso proibitivi per i più)», tanto che «sarebbero, infatti, 44 milioni di europei (o, viste le quantità, sarebbe più appropriato dire le europee) che si prendono cura dei propri anziani in modo informale». Ma nel resto del continente, in generale, si calcolano percentuali più alte di occupate rispetto all’Italia. Ecco allora che concentrare la discussione solo sulla possibilità di asili nido gratuiti o a basso costo resta sì, un tema cruciale. Ma un po’ limitato. Non rappresenta l’unica chiave di lettura della debolezza del sistema sociale del nostro Paese.
Mai come ora abbiamo bisogno di iniziative che guardano in modo olistico alla situazione. Piani di miglior coinvolgimento dei padri-lavoratori nella gestione familiare. Migliore promozione delle carriere per le professioniste. Programmi di preparazione efficaci. E migliore esposizione delle ragazze alle opportunità di crescita personale e profesisonale. Da affiancare a percorsi scolastici accessibili oltre che più aggiornati per tutti gli studenti. A prescindere dal genere, dalla famiglia di origine, dalla regione o area di residenza.