Successi e incertezze di fine 2024.

Viviamo in un’epoca storica. Non possiamo negarlo. In pochi mesi sono avvenuti eventi inaspettati, politici e sociali, che hanno portato a nuove instabilità. Intanto sono aumentate dubbio e incertezza per il futuro anche a causa dell’evidente impatto del cambiamento climatico. Sembra diventato impossibile offrire previsioni credibili. Da un parte questo porta qualcuno a cedere al costante senso di paura, allerta e preoccupazione. Dall’altra predispone molti ad assumere un atteggiamento di rassegnazione, passivo. 

Solo nelle ultime settimane di questo 2024, tra le tante, hanno avuto un impatto importante le sorprese riservate dalle elezioni americane, la dichiarazione della legge marziale in Corea del Sud poi rientrata in poche ore, la caduta del regime siriano degli Assad e la necessità per Emmanuel Macron di trovare un nuovo primo ministro (che gli permetta di consolidare il suo partito da una parte e evitare il rischio di troppa influenza dell’estrema destra nel prossimo governo francese). 



Ad eventi geopolitici, si accompagnano il riemergere prepotente in alcuni ambiti di tendenze allarmanti, come la proliferazione di una retorica violenta razzista o maschilista. E una certa chiara retromarcia, tra tutti, in ambiti che riguardano la parità di genere. Davanti a situazioni confuse, trovo imporatnte gettare uno sguardo lucido alla realtà, soppesando proprio i traguardi raggiunti. Lo voglio fare in particolare sugli ambiti che sono stati quest’anno al centro di parte del mio operato e della mia riflessione. Parità di genere: l’Italia ultima nella UE, ma…

A inizio dicembre EIGE (l‘istituto europeo per parità di genere) ha pubblicato il suo annuale report sulla situazione per le donne nell’Unione (qui il quadro per il nostro Paese). L’Italia in particolare si trova all’ultimo posto per quanto riguarda l’ambito occupazionale. Una fotografia che non sorprende. Purtroppo si conferma ancora una volta che non si sono né si stanno attuando piani o iniziative valide / efficaci. Sembra abbastanza chiaro: senza correttivi la situazione resta immutata. E il cammino verso un migliore equilibro lungo. Addirittura minacciato da tanti tentativi di erosione di conquiste che pensavamo ormai scontate e penetrate ormai anche nella cultura generale. Lo vediamo bene in tema di leadership femminile: come notava la prima indagine dell’osservatorio «Donne Executive» condotta da SDA Bocconi, il cambiamento è lento. Se all’interno dei board il nostro Paese resta un modello (grazie alla legge per le quote), nelle aziende italiane le donne occupano solo una posizione executive su sei, mentre le ad sono il 6%. La loro presenza poi aumenta nei ruoli di staff (risorse umane, legale, audit, sostenibilità e così via) e meno in quelli di business (ad, marketing e vendite, ricerca e sviluppo, direzione generale). 

In questa situazione però, un aspetto positivo inizia a vedersi un po’ ovunque (stimolato forse da una discussione più approfondita sul tema che dura ormai da anni?): nelle posizioni più alte, scendendo con l’età e a partire dai Millennials, si registra una crescita della presenza femminile. Aumentano poi i giovani (senza distinzione di genere) che, affacciandosi al mondo del lavoro, prendo parte al cambiamento, agendo anche direttamente nelle aziende. Chiedono migliori condizioni o valutando se quelle offerte siano effettivamente in linea con le aspettative e necessità. Sembrano, insomma, avere priorità diverse dalle generazioni precedenti e non temono manifestarlo. 

Nuovi parametri per i giovani

Le generazioni più giovani cambiano i parametri perché, generalizzando, valorizzano alcuni aspetti rispetto ad altri, più rilevanti in passato. Non ci dovremmo stupire che, per come si sta disegnando il futuro, fatto di tecnologia ma anche di nuove prospettive e preoccupazioni, cercano per sé condizioni di partenza adeguate, non di sfruttamento. Non ci dovrebbe inoltre sorprendere che una parte di quelli che lavorano guardano con attenzione, per esempio, alla reputazione di una azienda nel momento di accettare un’offerta o se valutano di restarci. E nelle fare le loro scelte, considerno anche questioni come i congedi di paternità (tra l’altro, sempre più spesso utilizzati in toto), la presenza o meno di smart-working o di qualche forma di settimana lavorativa corta.

Dalla loro parte, alcune aziende, a confronto con il gravoso tema del “talent shortage”, fanno passi in avanti per rispondere alle prossime sfide del mercato del lavoro. Provando non solo ad attrarre i talenti migliori e a trattenerli, ma ad allargare il loro potenziale bacino di ricerca – comprendendo in particolare il valore dei prifili femminili. Evidenza chiara in questo senso è il numero di imprese che hanno ottenuto la certificazione per la parità di genere. Al momento della sua approvazione, si calcolava che entro il 2026 avrebbe raggiunto 800 PMI. A maggio 2024 oltre 1800 imprese (dati Il Sole 24 Ore) erano state certificate da uno degli oltre 51 (dati Accredia di luglio) organismi accreditati per farlo.  Occupazione: in Italia un quadro fatto di contrasti
 Se queste sono le buone prospettive, non posso nascondere però i dati che raccontano di una situazione dell’occupazione in Italia fatta di opposti. Nel nostro Paese oggi ancora il gap salariale uomini/donne raggiunge quasi il 30% (dati rilevati dal Rendiconto INPS che vedono uno stipendio medio lordo settimanale degli occupati arrivare a 643 euro, e quello delle occupate raggiungere i 501 euro).

E con una popolazione che invecchia, sembra mancare una visione di medio-lungo termine che, tra le altre cose, stimoli per esempio la creazione di più ponti intergenerazionali nelle imprese. Oppure offra prospettive migliori a contrasto della importante fuga verso l’estero di quanti si sono formati in Italia ma emigrano in cerca di condizioni più adatte alla loro preparazione. 

Di fronte alle opportunità che il nostro Paese tende a offrire, se ne vanno spinti sia da un generale maggior allineamento tra studi effettuati e mansioni svolte, che dalla sensazione di poter fare la differenza in realtà fuori dai confini italiani.  

Walk the talk

Per quanto ovviamente siano molto variegate le condizioni di partenza, le aspettative, gli interessi, alcune caratteristiche aiutano a fissare qualche punto importante per comprendere meglio le prospettive dei giovani. Le ho approfondire durante il Salone CSR e innovazione sociale della Bocconi guardando ai risultati di uno studio su Gen Z (nati tra fine anni ‘90 e i primi anni ‘10 di questo secolo) e sostenibilità. Il 53% di questo gruppo si dichiara ambientalista. Il 60% è disposto a pagare un po’ di più per prodotti sostenibili e il 50% boicotta prodotti o aziende percepite come “socialmente irresponsabili”. 

In ambito lavorativo, per quasi la metà l’equilibrio vita personale e professionale viene al primo posto. Purtroppo questa generazione si scontra con la realtà di un Paese che non sta evolvendo per supportare la crescita – tra costo della vita che continua ad aumentare, difficoltà a trovare un’occupazione che permetta di uscire di casa e affitti impossibili da pagare – come biasimare la scelta di tanti che preferiscono andarsene? Perché non dimentichiamo come questo non sia sempre e per tutti un passo agevole o facile da effettuare. Oggi la sfida è enorme. E serve agire in modo rapido e profondo. 

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