Educazione e periferie: i divari che non vediamo
Quanti di chi vive in una delle maggiori città d’Italia si trovano nelle vicinanze di scuole aperte il pomeriggio? Se parliamo di Milano, la percentuale arriva quasi al totale: 98,7%. All’estremo opposto, Palermo. La media qui, si ferma al 44,7%.
Anche guardando a numeri come questi, il nostro Paese appare diviso. Per quanto possano sembrare osservazioni minori, in realtà rilevazioni simili raccontano di un’Italia che sembra quasi sistematicamente lasciare indietro una fetta del suo potenziale. Specialmente nelle periferie.

La questione di un’istruzione elementare di qualità per tutti, che si unisce al tema di un calendario delle lezioni da aggiornare, sono temi che contribuiscono a tratteggiare possibili sviluppi del bel Paese. Per questo mi hanno colpito le recenti rilevazioni di Openpolis. Indicando una presenza estesa di possibilità in alcune aree, i dati mostrano però anche le profonde carenze che persistono, invece, in altre. Una disparità che si conferma non soltanto economica. Ma già di offerta pubblica accessibile.
Oltre che geograficamente, le differenze sono poi particolarmente rilevanti tra i centri e le periferie Ce ne siamo accorte presto, inziando a girare la penisola con le attività de Il Cielo Itinerante. Avevamo ideato i nostri percorsi per raggiungere territori isolati del Paese, le comunità più distanti dalle città. Soprattutto lì, ritenevamo, l’accumularsi di problematiche sociali, economiche e di sviluppo, favorivano l’approfondirsi del disagio. Non c’è voluto molto per capire che lo stesso rischio era presente anche appena fuori i centri urbani.
Riprendo la riflessione del rapporto Openpolis “Giovani e periferie” per contestualizzare meglio la domanda che ho posto all’inizio e puntualizzare come, per evitare le situazioni di disagio peggiore, una presenza capillare di scuole aperte con orari prolungati possa rappresentare una (prima) risposta.
Una formazione che copra più ore durante l’anno offre “un contributo decisivo nella riduzione dei divari educativi e nel contrasto della dispersione, perché consente lo svolgimento di attività educative, didattiche, formative anche al di fuori dell’orario scolastico.
Ma una scuola che resta aperta anche di pomeriggio è anche un presidio sociale sul territorio insostituibile. L’estensione dell’orario di apertura può avere un impatto che non è esclusivamente educativo: rappresenta un luogo sicuro dove poter trascorrere il tempo libero. Una funzione essenziale, soprattutto nelle periferie urbane, dove la carenza di spazi di aggregazione alternativi si fa sentire maggiormente.”
Gli approfondimenti, i numeri e le riflessioni di Openpolis si possono leggere a questo link.
Esami di maturità 2026 e autrici
Rimanendo in tema istruzione, voglio spostare l’attenzione verso chi ha finito o sta finendo in questi gionri il ciclo di studi superiori.
Intanto voglio premettere una constatazione di cui ogni tanto ci dimentichiamo: la scuola è uno dei luoghi di formazione dei cittadini di domani. Una formazione che, nelle scuole superiori passa anche dalle proposte di lettura e approfondimento offerte in classe ai ragazzi.
La mancanza quest’anno di una traccia agli esami di maturità che prevedesse testi a firma femminile, sembra mostrare come ancora in qualche modo ci si “dimentichi” del contributo, del valore e della rilevanza dalle autrici italiane.
In un clima oggi vivace per la parità di genere – pensiamo già solo alla grande attenzione per l’entrata in vigore della direttiva europea sulla trasparenza salariale, ulteriore passo avanti nel percorso contro il gender pay gap a livello comunitario – sarebbe stato un bel segnale proporre ai maturandi di riflettere sul contributo letterario delle donne.
Specialmente quest’anno, in cui ricorre il centenario del conferimento del premio Nobel alla letteratura a Grazia Deledda – la prima e per ora unica autrice italiana a esserne stata insignita. Senza sminuire il valore degli autori proposti, trovo interessanti le idee alternative proposte qui sulle pagine online de Il Sole 24 Ore.
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