Un’età minima per i social?

Il rapporto tra giovanissimi e social media è sempre più sotto i riflettori. Cresce il numero di Governi, Australia in testa e Grecia ultima in ordine di tempo, stanno imboccando la strrada di una normativa che ne vieti l’accesso ai più piccoli. Come era stato per il tabacco, la lotta per quello che è diventato una questione di salute collettiva, viene finalmente affrontata con decisione. In molte parti del mondo.

Le obiezioni di quanti dicono che non si può bloccare l’innovazione tecnologica o che non basta un divieto per risolvere il problema peccano di malafede. O di benaltrismo. Nessuno si sognerebbe mai di dare una macchina da guidare a un dodicenne e questo non fa scandalizzare nessuno. Al tempo stesso molti problemi non possono essere risolti SOLAMENTE con una proibizione. Ma la legge aiuta a dare linee guida che devono poi essere accompagnate da altri interventi. Insieme. Senza che uno strumento sia alternativo all’altro.

Da alcuni anni nel contesto dell’Osservatorio Arel (Agenzia ricerca e legislazione) stiamo guardiamo con attenzione agli effetti degli ambienti digitali su ragazzi e giovani. Lo scorso anno avevamo provato a mappare meglio la situazione attraverso il podcast Schermi pericolosi. A inizio aprile abbiamo lasciato la parola a esperti provenienti da tutto il mondo, nel seminario “Età minima digitale: esperienze a confronto”.

Spinti dal desiderio di comprendere meglio la situazione allargando lo sguardo anche oltre i confini nazionali, ci siamo messi in ascolto delle esperienze di studiosi e legislatori che, grazie alle loro esperienze, stanno a vario titolo provando a trovare soluzioni.

Il punto di vista degli esperti

L’incontro con interlocutori di altissimo profilo, si è perfettamente allineato agli obiettivi che, con l’Osservatorio, ci eravamo posti sin dall’inizio.

Personalmente ho apprezzato in particolare la panoramica offerta dagli speaker sulle diverse esperienze di Paesi come l’Australia, che possono già dare quale testimonianza di come la legge sta funzionando. Un segnale chiaro di un’attenzione collettiva che va oltre le ideologie.

Abbiamo visto infatti come anche in Italia, negli ultimi mesi, il dibattito pubblico ha subito un’accelerazione sia sul piano della diagnosi del problema che delle risposte normative. Un’evoluzione a mio avviso resa possibile anche dalla crescente mobilitazione delle istituzioni e della società civile. 

Considerando gli interventi, ho rilevato tre elementi ricorrenti che ritengo particolarmente importanti da tenere presente.

Prima di tutto la centralità dell’evidenza empirica: in un contesto in cui social media e intelligenza artificiale evolvono rapidamente, diventa essenziale ancora più che di solito fondare le politiche su dati e analisi solide. Questo permette sia di comprendere il fenomeno che di valutare l’efficacia delle misure adottate. L’Osservatorio si pone proprio questo obiettivo, di essere  spazio di apprendimento continuo, in cui le politiche vengono progressivamente adattate sulla base dell’esperienza.

Il secondo elemento riguarda l’espansione della visione a livello internazionale ma in particolare europeo.  E’ stata sottolineata in più occasioni la necessità che i singoli Stati continuino a svolgere un ruolo attivo, contribuendo a orientare l’evoluzione delle politiche europee attraverso sperimentazioni e iniziative nazionali, ma a tendere sarà importante che si sia sempre più armonizzazione per evitare sovrastrutture inutili o duplicazioni che aprono spazi di inefficienza delle misure.

Il terzo riguarda il coinvolgimento degli stakeholder. L’efficacia delle norme dipende infatti dalla capacità di costruire un contesto più ampio che ne sostenga l’applicazione. Istituzioni, famiglie, scuola, piattaforme e società civile sono chiamati a contribuire in modo coordinato. Le leggi sono uno strumento fondamentale, ma non sufficiente se non accompagnate da un ecosistema coerente.

Ritengo, infine, che non si possa dimenticare l’importanza dei percorsi attuativi: sono i dettagli operativi a determinare il successo delle politiche, e questi devono essere costantemente verificati e adattati alla luce dell’esperienza concreta.

Dobbiamo proseguire lungo questa traiettoria. Con maggiore determinazione ed evitando atteggiamenti eccessivamente prudenti nello stabilire regole o guardrails. Ancora una volta è bene ricordarcelo: la regolamentazione non è sempre un ostacolo all’innovazione, ma deve essere vista come una condizione necessaria per orientarla in modo responsabile. Specialmente quando si interessa di tutelare i soggetti più vulnerabili. 


A questo link si possono leggere gli atti completi (non redatti) dell’evento di aprile.

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