Condizione femminile in Italia: servono uno scatto culturale e politiche adeguate

15 giugno 2020 0 commenti

L'epidemia di coronavirus ha appesantito la già difficile condizione femminile in Italia, serve ora uno scatto culturale, con politiche adeguate.

Sono partita da questo presupposto per commentare su AGI gli ultimi dati Istat sull'occupazione femminile, notando le criticità della situazione che non potrebbe che beneficiare da un maggiore coinvolgimento delle donne nella vita economica e sociale italiana. Ma vedo anche un barlume di luce in fondo al tunnel, grazie alla società civile e ai giovani. Il diffondersi del virus e le sue conseguenze hanno fatto e faranno emergere con maggiore enfasi i divari già presenti. Dunque anche il divario di lavoro femminile. Un divario presente in tutto il mondo - si parla di she-cession -, ma soprattutto nel nostro paese che, senza introdurre misure adeguate, rischia di accentuarsi a causa dell'emergenza.

Temo che al termine della pandemia ci ritroveremo una voragine drammatica. Già la chiusura delle scuole ha avuto forti ripercussioni sulla condizione delle donne perché ha insistito ancora una volta su un aspetto culturale radicato nel nostro paese, cioè la sproporzione nell'accudimento dei figli nella famiglia, a cui si somma il divario retributivo. Sappiamo che le scuole non sostituiscono i servizi di cura alla persona, ma non possiamo non considerare che c'è anche la loro funzione di organizzazione dei tempi delle famiglie. Il rischio concreto è che le donne si sobbarchino di un servizio di welfare, non aggiornato rispetto alla società in cui viviamo e che anche a causa di questo, lascino il lavoro. Si tratterebbe di un danno economico gigantesco: non sostenere l'occupazione femminile ha dei costi superiori a quanto costerebbe riformare il welfare.

Alla luce delle riflessioni sulla situazione in cui ci troviamo o potremmo trovare, tre sono, a mio avviso, le misure concrete da mettere in campo in tempi brevissimi. Per prima cosa è cruciale investire nei congedi di paternità obbligatori. Quella norma ha un valore di cambiamento culturale inestimabile per accompagnare un sentimento presente in molti padri più giovani, che non viene però assecondato ed è spesso malvisto in azienda. Questo non limita ovviamente la libertà di ogni madre di poter scegliere di non lavorare. Il secondo intervento che ho in mente è evitare che lo smart working diventi una misura di conciliazione, un lavoro di serie B. Sono stata tra le promotrici della misura sullo smart working, che deve restare uno strumento di efficientamento, di cambiamento culturale della gestione dei tempi, ma non può essere concesso più spesso alle donne con figli perché rischia di ridurre l'equità salariale e la carriera. Si devono prevedere meccanismi premianti per chi lo applica in modo egualitario.

Ho apprezzato l'uso del termine "genitorialità" al posto di "maternità" nel family act. Ora spero e chiedo che si applichi anche alle politiche dei nostri governi la valutazione di impatto di genere ex ante. Esistono già dei modelli applicati in molti paesi ed è una modalità pervasiva perché si arrivano a usare queste 'lenti' per qualunque provvedimento! Si tratterebbe di un cambiamento culturale a costo zero, che si può metter in campo da subito. Se applicata in questi mesi avrebbe evitato una serie di errori fatti anche durante la crisi.

Molte critiche sono giunte alla preponderanza maschile nelle task force del governo, tanto che il premier Conte ha chiesto un riequilibrio: far sentire la propria voce, abbiamo visto di prima mano, ha pesato parecchio. Innanzitutto per un aspetto culturale e di modelli: il messaggio passato è stato 'ora che le cose si fanno serie ce ne occupiamo noi uomini'. Poi ci siamo privati della metà delle risorse umane, scienziate, economiste, politiche. Infine le decisioni prese: la task force Colao una volta 'riequilibrata' ha prodotto proposte impostate nel modo giusto e non come politiche dedicate a una categoria debole. Le donne non hanno bisogno di politiche di assistenza ma di essere messe nelle condizioni per essere la chiave della ripartenza.

Pur nel quadro non facile che le donne hanno dovuto affrontare durante l'emergenza, vedo uno spiraglio di speranza per gli anni a venire. Ho visto in questa esperienza una maggiore reattività della società civile rispetto alla lentezza della classe politica. Tanto che alcune decisioni sono state cambiate rapidamente, dall'equilibrio di genere nelle task force all'immagine della app Immuni. La reazione immediata della società e dell'opinione pubblica ha spinto il governo a fare marcia indietro. Se c'è questo tipo di vitalità, supportato finalmente anche da tanti uomini, vuol dire che c'è consapevolezza e tante decisioni non possono più passare in cavalleria. Speriamo che d'ora in poi ci sia sempre meno bisogno di correre ai ripari ma si compiano fin dall'inizio le scelte giuste.



ALESSIA MOSCA
Membro del parlamento europeo