Essere donne attive in politica oggi. Pericoli e paure

21 novembre 2019 0 commenti

Il tema della parità di genere in questo ultimo anno ha vissuto e sta vivendo un nuovo (e in certi modi inaspettato) rilancio positivo, specialmente nel contesto internazionale. Eppure continuiamo a essere ben lungi da una forma anche annacquata di parità. E, tema che mi tocca da molto vicino, prima di tutto in termini di rappresentanza nelle istituzioni. Qualche tempo fa l’allarme è arrivato dall’Inghilterra dove, in previsione delle elezioni per il nuovo parlamento indette per inizio dicembre, si sono susseguite le dichiarazioni di non ricandidatura di molti rappresentanti attualmente in carica.

Sono soprattutto donne quelle che faranno un passo indietro e, quasi tutte, per ragioni ben precise e condivise: troppa la violenza contro di loro, soprattutto sessista e purtroppo in molti casi non solo relegata allo schermo di un computer. Da chi ha dovuto togliere la cassetta della posta di casa per paura di pacchi bomba, alle minacce quotidiane ricevute via email e alle campagne di violenza spinta sui social, sembra di essere ripiombati a 100 anni fa, quando, esattamente nel 1919, la prima donna entrò in parlamento accompagnata dai fischi dai colleghi maschi. Ma era un’altra epoca...o no?

Il riaccendersi della violenza dei toni, sdoganata anche dal diffondersi di posizioni populiste, razziste e xenofobe di cui leggiamo quotidianamente, sono acuite dal momento di crisi diffusa che stiamo vivendo, ma non sono una novità.

La situazione caotica del Regno Unito che fa da scenario alle decisioni di queste deputate, mi ha fatto ripensare alla mia scelta di non ricandidarmi a maggio di quest’anno. Leggendo quelle dichiarazioni ho ripensato alla fatica di vivere in un clima di odio, mi sono tornati in mente gli attacchi violenti e le critiche chiaramente sessiste di cui sono stata anche io vittima soprattutto all’indomani di scelte difficili. Non sono state queste le motivazioni per cui ho scelto di interrompere per ora il mio impegno politico diretto, ma certamente hanno pesato sulla mia quotidianità. Tutto ciò mi conferma che non si tratta più solo di una questione di crisi dei valori, ma di qualcosa di più profondo e che deve essere affrontato velocemente.

Non è una sufficiente la decisione di chiudere i profili di alcuni gruppi che incitano all’odio; serve un intervento più ampio di educazione ai valori, alla convivenza civile, al rispetto per tutte le diversità, a partire da quella di genere. Non possiamo più lasciare che le cose cambino da sole, ma nemmeno possiamo aspettarci che le piccole azioni quotidiane di “resistenza” che magari mettiamo personalmente in atto, certamente meritorie, possano però essere la soluzione.

Con tutti i mezzi a disposizione dobbiamo fare una azione “all in”, in cui si dedichino tutte le risorse disponibili a quella straordinariamente delicata e cruciale professione che è alla base della nostra società: gli insegnanti, specialmente quelli delle scuole elementari. Dai bambini si possono rimettere i semi per una cultura del rispetto e della consapevolezza, che condizioni positivamente anche le famiglie da cui provengono. Quando un bambino impara a scrivere deve anche imparare quale sia la forza esplosiva che possono avere le parole, dette o scritte sui social network: esse hanno il potere di distruggere carriere, persone, famiglie alimentando odio e violenza.

Non è questo il futuro che vorrei per i miei figli e per tutta la nostra società.



ALESSIA MOSCA
Membro del parlamento europeo