BREXIT WEEKLY UPDATE: May è riuscita a chiudere un accordo con l’Ue

16 novembre 2018 0 commenti

Alla fine, Theresa May è riuscita a chiudere un accordo con l’Unione europea. Questo non significa però che il percorso di Brexit sia terminato, infatti manca ancora un passaggio fondamentale: il voto del Parlamento britannico, dove però non esiste al momento una maggioranza a sostegno del testo uscito dalle trattative. È un grosso rischio, perché senza la ratifica parlamentare, nessuna delle decisioni prese potrà entrare in vigore, aumentando le possibilità che la Gran Bretagna lasci l’Ue senza alcun tipo di accordo.

Ed è anche un rischio concreto, perché a Theresa May mancano circa 50 voti per arrivare a una maggioranza in aula. Infatti, hanno già espresso l’intenzione di votare contro i 10 parlamentari nord-irlandesi che sostengono il Governo e una quarantina di parlamentari conservatori euroscettici. La loro opposizione nasce dal fatto che l’accordo negoziato da Theresa May rischia di: 1) mantenere il Regno Unito fortemente vincolato all’Unione europea; 2) dividere il Regno Unito in due, con l’Irlanda del Nord legata a regole diverse da quelle del resto del Paese; 3) violare diverse promesse fatte dal Partito Conservatore durante l’ultima campagna elettorale; 4) violare molte delle linee rosse tracciate da Theresa May stessa all’inizio delle trattative.

Ma cosa prevede questo accordo? Un aspetto da chiarire immediatamente è che l’accordo – almeno in teoria – riguarda solo il divorzio tra Unione Europea e Regno Unito, non la loro futura relazione. Il futuro quadro di rapporti tra i due lati della manica sarà infatti negoziato nei dettagli soltanto nei prossimi anni; è invece soltanto abbozzato da una dichiarazione politica di sette pagine (contro le oltre 500 dell’accordo), sufficientemente vaga da soddisfare tutti.

In breve, l’accordo si compone di 5 parti, come si era deciso all’inizio dei negoziati:

1) Una parte sul divorzio vero e proprio; prevede misure di diverso tipo per garantire che la Brexit avvenga in modo ordinato, evitando che si vengano a creare rotture improvvise o vuoti legali.

1) Una parte sui diritti dei cittadini; prevede che i cittadini europei che già vivono nel Regno Unito e i cittadini britannici che già vivono in un Paese UE possano continuare a godere (a grandi linee) degli stessi diritti di cui godono ora.

2) Una parte sugli impegni finanziari; prevede che il Regno Unito contribuisca fino alla fine al budget europeo 2014-2020, rispettando gli impegni presi in passato, senza lasciare buchi nel bilancio.

3) Una parte sulla fase di transizione; prevede che subito dopo Brexit scatti appunto un periodo di transizione durante il quale il Regno Unito continuerà a rispettare l’intera legislazione europea, come se fosse ancora un membro dell’Unione europea, ma senza più essere rappresentata nelle sue istituzioni. Questa decisione è stata presa con l’obiettivo di dare più tempi a cittadini e imprese per prepararsi ai cambiamenti. Il periodo di transizione durerà almeno fino al 31 dicembre 2020, ma potrà essere esteso se Regno Unito e Unione europea lo vorranno.

 

4) Una parte sull’Irlanda del Nord; stabilisce che si debba evitare a tutti i costi la reinstallazione di un confine fisico tra Repubblica d’Irlanda e Irlanda del Nord; a questo scopo, prevede un dettagliato piano di emergenza (backstopin inglese), che entrerà in vigore soltanto se al termine del periodo di transizione non sarà stato negoziato un accordo commerciale che permette di evitare controlli al confine sull’isola. Il piano di emergenza prevede che il Regno Unito rimanga strettamente legato all’Unione europea, ma decadrà non appena verrà trovata una soluzione alternativa alla questione irlandese, sulla quale Unione europea e Regno Unito potranno continuare a discutere. 

Questo ultimo punto da solo è la causa di tutte le enormi polemiche di questi giorni, che hanno già portato alle dimissioni d 4 esponenti del Governo, tra cui l’ormai ex Ministro della Brexit Dominic Raab.

Il problema è che il piano di emergenza è un “piano b” solo a parole. È infatti ormai evidente a tutti che ci sono ben poche possibilità di trovare un altro modo per risolvere l’intricata questione irlandese. Quindi, di fatto, il piano di emergenza segna necessariamente i confini del futuro quadro di relazione tra Unione europea e Regno Unito, anche se in teoria tale piano dovrebbe essere discusso e negoziato soltanto negli anni a venire.

E molti parlamentari conservatori (ancora non è possibili dire con precisione quanti) trovano inaccettabili questi confini, in quanto prevedono:

1) Che l’intero Regno Unito resti in un’unione doganale con l’Unione europea; un’unione doganale è lo strumento che stabilisce tasse e limiti alle importazioni, quindi il Regno Unito non potrebbe adottare una propria politica commerciale, autonoma da quella europea; c’è da ricordare che in campagna elettorale il Partito Conservatore aveva esplicitamente promesso di uscire dall’unione doganale.

2) Che la sola Irlanda del Nord rimanga allineata a determinate regole del mercato unico, che stabiliscono standard per la produzione e vendita dei prodotti; quindi l’Irlanda del Nord e il resto del Regno Unito sarebbero sottoposti a standard diversi, con la conseguenza di rendere necessari controlli al confine marittimo che divide il Paese.

3) Che le decisioni della Corte di Giustizia europea continuino a essere tenute in considerazione dal Regno Unito; la Corte di Giustizia Europea è però da sempre uno dei principali obiettivi critici degli euroscettici britannici e Theresa May stessa aveva in un primo momento detto che non avrebbe mai accettato un prosieguo della sua giurisprudenza.

Dal canto suo, l’Unione europea non può però fare altro che ribadire di non essere in grado di offrire condizioni migliori. D’altronde, è stato il Regno Unito a voler lasciare l’Unione europea, nonostante fosse evidente fin da subito che ci sarebbero state delle conseguenze.

Ora resta da vedere se il Parlamento del Regno Unito preferirà accettare le condizioni sul tavolo o rischiare una Brexit senza accordo.

 



ALESSIA MOSCA
Membro del parlamento europeo