Diritti sociali e nuovi lavori: il caso dell'industria dei videogames

29 ottobre 2018 0 commenti

I rapidi cambiamenti tecnologici degli ultimi decenni hanno creato decine di nuove industrie e di nuovi posti di lavoro. Ma è rimasta irrisolta la questione di come estendere i classici diritti sociali a questi nuovi settori.

 

Ho sollevato diverse volta questo tema, ma oggi vorrei farlo attraverso un esempio un  po' diverso dal solito: il mondo dei videogiochi. Lo faccio partendo dallo scandalo che ha accompagnato il lancio di "Red Dead Redemption 2", il nuovo videogioco della Rockstar Games, di cui forse avrete visto i manifesti pubblicitari nelle vostre città.

La settimana scorsa la casa di produzione Rockstar Games ha lanciato il suo nuovo videogioco "Red Dead Redemption 2". Potrebbe sembrare una notizia di costume, se non fosse che l'ultimo videogioco della Rockstar, "GTA V", uscito nel 2013, è stato il prodotto culturale (non il videogioco) col maggiore incasso della storia, sfondando il tetto dei 6 miliardi di dollari. Per capirci, il film col maggior incasso della storia (Avatar) si è fermato a 2,7 miliardi di dollari, meno della metà. E, in tutta probabilità, questo nuovo titolo segnerà un altro record.

 

C'è però un tema da sollevare. Per arrivare al lancio di "Red Dead Redemption 2", la casa di produzione ha spinto i dipendenti a ritmi di lavoro estenuanti, di anche 100 ore di lavoro a settimana, come ammesso da Dan Houser, cofondatore della Rockstar Games, in un'intervista a Vulture (il sito di intrattenimento del New York Magazine).

 

Non si tratta di un caso isolato. Siamo ancora abituati a pensare i videogiochi come un passatempo per adolescenti. Rappresentano invece un'industria colossale, ricca però soprattutto di contraddizioni: fatturati enormi, accompagnati dallo sfruttamento di giovani professionisti, che spesso faticano pure a essere riconosciuti come "veri lavoratori".

 

E la stessa riflessione potrebbe essere estesa all'intero mondo delle industrie culturali e creative, un settore che contribuisce in maniera sempre più determinante alla nostra economia.

 

Sono in gioco diritti sociali fondamentali, da sempre al centro della riflessione di noi progressisti. È però evidente che è mancata la capacità sia di estendere questi diritti ai nuovi lavori sia di capire la gravità della situazione. Sta qui una delle chiavi del fallimento della nostra proposta politica.

 

Non ho soluzioni immediate per risolvere queste criticità. È necessario un processo lungo, che parta dal ripensamento dell'organizzazione sindacale a arrivi a immaginare nuove regole per un mercato del lavoro drasticamente cambiato rispetto al secolo scorso.

 

 

Perché essere progressisti non significa né rifiutare i cambiamenti né accettarli in maniera acritica. Significa accompagnarli, tenendo per mano chi si sente perso.



ALESSIA MOSCA
Membro del parlamento europeo