BREXIT WEEKLY UPDATE: Una nuova proposta sul tavolo?

22 ottobre 2018 0 commenti

Come ampiamente previsto, l’ultimo vertice dei Capi di Stato europei, riuniti mercoledì sera a Bruxelles, non ha sbloccato la situazione su Brexit.  Il nuovo faccia a faccia non ha infatti messo sul tavolo elementi nuovi, ma si è limitato a prendere atto del fallimento dei negoziati dei giorni precedenti. Ancora una volta, le trattative si sono bloccate sulla soluzione da adottare per evitare la reinstallazione di un confine fisico in Irlanda, questione per la quale non sembra esistere una quadra. 

La mancanza di prospettiva immediate ha marcato l’intero incontro, su cui è calatoun rassegnato pessimismo: per il proprio intervento, Theresa May ha utilizzato solo 15 dei 30 minuti a disposizione, senza riuscire a scaldare i cuori degli altri leader; poi, al termine del summit, i Capi di Stato hanno deciso di non rendere pubblico neanche un comunicato stampa di commento.

Non dobbiamo però pensare che il gelo degli incontri ufficiali si traduca in una situazione di immobilismo. Dietro le quinte, Unione europea e Regno Unito continuano a negoziare ininterrottamenteed è da qui che arrivano gli aggiornamenti più interessanti di questa settimana.

A margine del vertice, infatti, ha cominciato a prendere fiato una nuova possibilitàguadagnare tempo, estendendo il periodo di transizionesu cui Unione europea e Regno Unito avevano già trovato un accordo di massima nei mesi scorsi.

Forse ricorderete di cosa stiamo parlando: Unione europea e Regno Unito avevano deciso di inserire nell’accordo di divorzio un periodo di transizione, che sarebbe scattato non appena la Brexit fosse diventata effettiva (ossia il 29 marzo 2019). Durante questo periodo il Regno Unito avrebbe continuato a rispettare le leggi dell’Unione europea pur non facendone più parte. In questo modo, si sarebbero guadagnati mesi preziosi, durante i quali si avrebbe avuto il tempo di negoziare con calma i termini di un nuovo accordo, che avrebbe stabiliti i termini definitivi del nuovo quadro di relazione post-Brexit.

Nelle intenzioni originarie, questo periodo di transizione sarebbe dovuto scadere il 31 dicembre 2020, lo stesso giorno in cui terminerà anche il bilancio pluriennale 2014-2020 dell’Unione europea; in questo modo fino al 2020 il Regno Unito avrebbe continuato a versare all’Unione europea quanto stabilito negli anni precedenti, ma non avrebbe poi partecipato al prossimo bilancio, evitando numerose discussioni.

L’idea emersa in queste settimane è però di estendere la durate del periodo di transizione di diversi mesi, in modo da avere più tempo anche per trovare una soluzione alla questione irlandese.

Il ragionamento fatto per arrivare a questa proposta è piuttosto complesso e ruota attorno al piano di emergenza per l’Irlanda, sul quale la settimana scorsa si sono arenati i negoziati. L’Unione europea chiede che qualunque accordo di divorzio contenga un piano di emergenza, che entri in vigore solo se non si trova nessun altro modo di evitare un confine fisico in Irlanda. Il Regno Unito si è detto d’accordo sulla possibilità di inserire un tale piano, ma non sui termini proposti dall’Unione europea; la proposta dei negoziatori europei infatti spaccherebbe il Regno Unito in due, stabilendo regole diverse per l’Irlanda del Nord e per la Gran Bretagna, introducendo quindi – di fatto – un confine marittimo all’interno del Paese.

L’Unione europea però non è disposta a venire meno a queste richieste, necessarie per evitare a tutti i costi un confine in Irlanda. L’idea allora è questa: se non è possibile ammorbidire il piano di emergenza, si può fare in modo di essere (quasi) sicuri che questo non debba mai entrare in vigore. L’estensione del periodo di transizione servirebbe proprio a questo, a rassicurare il Regno Unito sul fatto che è molto improbabile che sarà necessario il ricorso al piano di emergenza.

Il problema è che difficilmente questa strategia convincerà i parlamentari britannici più intransigenti. Infatti, il prolungamento del periodo di transizione non risolve le questioni sul tavolo (ma semplicemente postpone la ricerca di una soluzione) e prolunga il tempo durante il quale il Regno Unito resterà in qualche modo vincolato all’Unione europea (e quindi obbligato, tra le altre cose, a contribuire economicamente al suo bilancio). Entrambi questi aspetti hanno già sollevato le critiche di diversi esponenti euroscettici, tra cui il Ministro britannico per la Brexit Dominic Raab.

È quindi tutt’altro che scontato che questa proposta diverrà effettiva. Ma sta avendo quantomeno il merito di ridare fiato ai negoziati e di riportare al tavolo Regno Unito e Unione europea.



ALESSIA MOSCA
Membro del parlamento europeo