Brexit Weekly Update: Incomprensioni tra Partito Conservatore e industriali britannici

06 luglio 2018 0 commenti

La scelta di lasciare l’Unione europea non ha mai trovato grande sostegno nel mondo industriale britannico, che più volte si era espresso contro una separazione ritenuta inevitabilmente dolorosa dal punto di vista economica.  

In un primo momento, però, il mondo del business aveva comunque evitato di criticare troppo apertamente il Governo May, visti i legami che storicamente esistono tra il Partito Conservatore e gli ambienti produttivi britannici.  

I ritardi accumulati nelle trattative stanno però ora spaventando seriamente gli industriali britannici, che nelle ultime settimana hanno iniziato ad incalzare il Governo, con prese di posizione non troppo distanti da quelle espresse la settimana scorsa dai leader europei.  

Tutto è iniziato due settimane fa, con un’intervista rilasciato al Times dell’Amministratore Delegato della società britannica Airbus, la seconda più grande compagnia al mondo per la produzione di aerei civili.

Nell’intervista era scritto che Airbus avrebbe lasciato il Regno Unito nel caso di una Brexit senza accordo, scenario mai del tutto scartato dal Governo May. Una minaccia di questo tipo è particolarmente forte se si tiene conto che Airbus dà lavoro a circa 14.000 persone, peraltro in regioni del Regno Unito dove sono scarsi gli impieghi ad alta qualifica; inoltre, si stima che l’indotto prodotto da Airbus dia lavoro a 100.000 persone.  

A distanza di una settimana lo stesso messaggio è poi arrivato anche da Jaguar Land Rover, la principale casa automobilistica britannica, che ha avvertito che una Brexit senza accordo renderebbe economicamente insostenibile continuare la produzione all’interno del Regno Unito.  

Sempre negli ultimi 15 giorni, avvertimenti di questo tenore sono arrivati anche da aziende straniere: la tedesca BMW ha rinfiammato la polemica annunciando che rinuncerà ad investire nel Regno Unito nel caso in cui la Brexit renderà più costoso e complesso lo scorrere dei flussi commerciali tra Regno Unito e Unione europea.  

A rendere definitivo lo scontro è arrivato un comunicato congiunto della Confederation of British Industry (l’equivalente della nostra Confindustria) e del Trade Union Congress (l’organo unitario dei sindacati britannici), in cui si chiedevano al Governo passi avanti, concreti e misurabili, nelle trattative su Brexit. Un comunicato congiunto delle due associazioni rappresenta un avvenimento davvero raro, dal momento che i loro rapporti sono in genere piuttosto conflittuali, e ha reso chiaro a tutti quanto sia elevata l’insoddisfazione degli industriali per il modo in cui il Governo May sta conducendo le trattative su Brexit.   Invece di cercare una mediazione, l’ala euroscettico del Partito Conservatore ha però reagito con rabbia a queste prese di posizione, sostenendo che rappresentino la fase 2 di quella “strategia della paura”, attraverso la quale l’establishment ha da sempre cercato di bloccare la Brexit.   Il primo a parlare è stato Boris Johnson, Ministro degli Esteri britannico, che in occasione di un incontro a porte chiuse ha usato parole dure (e volgari) nei confronti degli industriali britannici, esprimendo tutta la propria indifferenza per la loro opinione. Queste frasi erano state pronunciate da Johnson in via confidenziale, ma una volta trapelate sulla stampa, non sono state smentite dal diretto interessato.  

A prendere apertamente la parola è stato invece Ian Duncan, parlamentare di lungo corso e voce autorevole all’interno del Partito Conservatore. In un editoriale scritto per il Daily Mail, Duncan ha voluto ricordare tutte le volte che gli industriali britannici si sono schierati dalla parte sbagliata della storia, arrivando addirittura a richiamare il sostegno alla Germania nazista durante gli anni ’30.  

Infine, è stata la volta di Jacob Rees-Mogg, il più rumoroso esponente dell’ala euroscettica del Partito Conservatore; Rees-Mogg ha aperto una nuova frattura all’interno del proprio partito, sostenendo che le critiche del mondo industriale sono arrivate dopo essere state promosse direttamente dal Ministro delle Finanze del Governo May, Philip Hammond, da sempre sostenitore di una Brexit il più soft possibile.  

Theresa May ha provato a recuperare la situazione, organizzando una serie di incontri con industriali ed esponenti del mondo del business. Ma forse la frattura è ormai in un qualche modo insanabile.

Il Partito Conservatore è sempre stato il partito dell’industria e del libero mercato, ma la scelta di sposare la Brexit potrebbe averne cambiato per sempre l’identità, portandolo ad abbracciare valori identitari che prima non gli appartenevano.  

È questo un segno evidente di come la Brexit stia cambiando radicalmente la geografia politica del Regno Unito, spostando quelle che una volta erano le linee di divisione classiche. Ma l’intero discorso è probabilmente estendibile a tutto il mondo occidentale, dove la destra liberale sta lasciando sempre più il posto ad una destra radicale.  

Di fronte a uno scenario che cambia, devono cambiare anche le risposte e le domande che ci facciamo per interpretare il reale. Sta probabilmente qui la chiave per trovare una soluzione alle sfide poste dalla Brexit.    

 



ALESSIA MOSCA
Membro del parlamento europeo