Brexit Weekly Update: la GB richiederà un'estensione del periodo di transizione?

25 maggio 2018 0 commenti

Dopo mesi di stallo, finalmente un passo avanti nelle trattative tra Unione europea e Regno Unito. Paradossalmente, però, quest’ultima conquista non ci porta più vicini alla fine dei negoziati ma, anzi, rischia di allontanare ancora di più la loro conclusione.

Come forse ricordate, negli ultimi mesi il Regno Unito non è riuscito a presentare all’Unione europea nessuna proposta concreta in merito al futuro quadro di relazioni post-Brexit. Il Governo britannico è estremamente diviso al proprio interno e Theresa May non era finora riuscita a individuare una posizione condivisa; queste difficoltà sono dipese soprattutto dal fatto che qualunque proposta deve prima di tutto evitare la reinstallazione di un confine fisico in Irlanda, scenario difficile da scongiurare.

In mancanza di una posizione ufficiale del Regno Unito, i negoziatori europei non hanno potuto fare altro che restare in attesa e fare pressione per accelerare i tempi. D’altronde un problema di tempistiche esiste: i leader europei si riuniranno a fine giugno per discutere, tra le altre cose, di Brexit e avrebbero voluto avere qualcosa di concreto tra le mani.

La notizia di questa settimana è che, alla fine, Theresa May chiederà di prendere altro tempo, un periodo di transizione che duri almeno fino al 2023 e forse anche oltre. Come anticipato, si tratta di sicuramente di una proposta che nessuno si sarebbe aspettato, ma che non risolve nessuno dei problemi sul tavolo.

Un primo periodo di transizione era già stato concordato da Regno Unito e Unione europea: dovrebbe cominciare non appena la Brexit diverrà effettiva (vale a dire il 29 marzo 2019) e durare fino al 31 dicembre 2020. Per tutto questo periodo, il Regno Unito continuerà a rispettare le leggi dell’Unione europea pur non facendone più parte e, quini, senza avere dei propri rappresentanti all’interno delle istituzioni. Questa soluzione, nelle intenzioni iniziali dei negoziatori, avrebbe dovuto garantire di avere a disposizione abbastanza tempo per negoziare un accordo commerciale tra i due lati della Manica, permettendo quindi una Brexit meno traumatica (anche se non per questo meno dolorosa).

Il Governo britannico si è però ora convinto che il Regno Unito avrà bisogno di molto più tempo per mettere in piedi un proprio sistema di dogane e per trovare una soluzione che permetta di evitare un confine fisico in Irlanda. Da qui nasce la richiesta di un secondo periodo di transizione, anche se non è ancora chiaro a quali condizioni: alcune indiscrezioni parlano di una richiesta di estensione fino al 2023, mentre altre voci ventilano addirittura la possibilità di chiedere che il periodo di transizione duri fino a quando non si troverà una soluzione al confine irlandese (quindi, potenzialmente, anche per sempre); in ogni caso pare che il Regno Unito vorrebbe chiedere, in questa seconda fase, un certo grado di libertà dalle regole europee, almeno in qualche settore.

L’ipotesi di un secondo periodo di transizione è stata accolta con freddezza a Bruxelles, anche se bisognerà attenderne una formulazione più precisa per avere un riscontro ufficiale da parte dell’Unione europea. Certamente, però, i negoziatori europei si aspettavano una risposta ai problemi sul tavolo e non l’ennesima richiesta di allungare i tempi; è quindi tutt’altro che scontato che la proposta di May venga accettata.

Indipendentemente da come andrà a finire, è importante sottolineare come come Theresa May sia passata, in pochi mesi, dallo slogan “Brexit significa Brexit” alla richiesta di tempi di transizione sempre più lunghi. Da questo cambiamento di atteggiamento si può trarre una dura lezione: le semplificazioni eccessive non aiutano né a capire né a cambiare il mondo.



ALESSIA MOSCA
Membro del parlamento europeo