Brexit Weekly Update: non solo l'Irlanda. La posizione del Labour party

02 marzo 2018 0 commenti

La prima notizia della settimana è che il Partito Laburista ha finalmente chiarito la propria posizione su Brexit, sciogliendo ambiguità che duravano da più di un anno. Sembrerà strano, ma fino a questo momento il Partito Laburista aveva scelto di non esporsi più di tanto su questo tema, concentrandosi invece su argomenti di politica interna e non uscendo mai con una propria proposta chiara su Brexit. La strategia era di evitare un tema divisivo e raccogliere così consensi sia tra gli elettori euroscettici sia tra elettori europeisti. E c’è da dire che, inaspettatamente, questa strategia ha funzionato per molti mesi.

Lunedì però, il leader laburista Jeremy Corbyn ha infine preso posizione con un importante e atteso discorso. In questa occasione ha annunciato che il Partito Laburista, dopo Brexit, intende uscire dal mercato unico europeo, ma rimanere nell’unione doganale.

Due brevi spiegazioni possono a questo punto essere utili.

Il mercato unico europeo è un insieme di regole condivise, che permettono di creare uno spazio nel quale è garantita la libera circolazione di persone, merci, servizi e capitali.

Un’unione doganale è un accordo secondo cui gli Stati aderenti decidono di eliminare i dazi doganali (cioè le tasse sul commercio) negli scambi tra di loro e di adottare dazi comuni per gli scambi coi Paesi al di fuori dell’unione doganale stessa.

Se il modello proposto da Corbyn venisse applicato, il Regno Unito potrebbe smettere di seguire la legislazione europea (perdendo però così l’accesso al mercato unico), ma non potrebbe adottare una propria politica commerciale internazionale (perché continuare ad applicare gli stessi dazi doganali applicati dall’Unione europea significa continuare a conformarsi alle decisioni prese dall’Unione europea al momento della ratifica di accordi commerciali con gli altri Paesi).

Quello di Corbyn è stato un annuncio molto importante per varie ragioni.

In primo luogo perché chiarisce che il Partito Laburista si è schierato per una soft Brexit.

In secondo perché la richiesta di rimanere nell’unione doganale era arrivata dall’Unione degli industriali britannica (storicamente molto vicina al Partito Conservatore), ma era stata rigettata da Theresa May. Il fatto che sia Corbyn e non May ad assecondare una loro richiesta crea un cortocircuito interessante.

In terzo luogo perché diversi deputati conservatori sono favorevoli a rimanere nell’unione doganale e potrebbero decidere di schierarsi insieme ai laburisti. È già in previsione, tra poche settimane, il voto su un emendamento (presentato da alcuni deputati conservatori) che, se approvato, obbligherebbe il Governo a impegnarsi a rimanere nell’Unione doganale con l’Unione europea. Questo voto sarà allora un vero e proprio test per la tenuta del Governo May.

La presa di posizione di Corbyn ha quindi il potenziale per cambiare radicalmente lo scenario politico britannico.

Il problema è che, come sottolineato nella scorsa settimana, il Regno Unito continua a parlare di Brexit dimenticandosi che le trattative si fanno in due. La principale notizia della settimana infatti arriva da Bruxelles.

Mercoledì è stato presentato dall’Unione europea il testo che traduce in linguaggio legale i risultati dell’accordo raggiunto a dicembre da Unione europea e Regno Unito sui termini del divorzio. Si tratta questo di un passaggio obbligato in ogni trattativa internazionale: prima si raggiunge un accordo di massima e poi lo si stende in modo che sia valido, inoppugnabile e non fraintendibile dal punto di vista legale.

Il Regno Unito, però, ha detto che non firmerà questo testo, perché non rispettoso di quanto stabilito a dicembre. Il punto particolarmente caldo riguarda la questione del confine irlandese.

Ricorderete che Unione europea e Regno Unito si sono impegnati, fin dall’inizio dei negoziati, a fare in modo che non fosse reintrodotto un confine fisico tra Irlanda del Nord e Repubblica d’Irlanda. Questo per evitare che la presenza di controlli al confine potesse riaccendere tra le due parti dell’isola un conflitto che, tra gli anni ’60 e gli anni ’90, ha causato più di 3000 morti.

Forse ricorderete anche che, nell’accordo di dicembre, si era trovata una complicata formula: da un lato Unione europea e Regno Unito si impegnavano a trovare nella fase 2 dei negoziati una soluzione per evitare la reinstallazione di un confine sull’isola; dall’altro si era però anche deciso che, se una tale soluzione non fosse stata trovata, l’intero Regno Unito sarebbe rimasto parte del mercato unico europeo e dell’unione doganale (cosa che evita la necessità di controlli).

In una prima bozza si era scritto che, nel caso, solo l’Irlanda del Nord sarebbe rimasta parte di mercato unico doganale, ma questo era inaccettabile per il DUP, il partito nord irlandese che sostiene Theresa May (e senza il supporto del quale il Governo cadrebbe). Questa soluzione avrebbe infatti comportato

la necessità di avere un confine marittimo tra l’Irlanda del Nord ed il resto del Regno Unito, separando di fatto le due parti dello Stato.

Il problema è che il testo legale preparato dall’Unione europea parla nuovamente della possibilità che solo l’Irlanda del Nord rimanga parte di unione doganale e mercato unico. Questo perché, a detta di alcuni funzionari europei, la decisione che invece sia l’intero Regno Unito a restarne parte è una questione di politica interna di cui l’Unione europea non deve interessarsi: il testo legale deve solo dettare le condizioni minime necessarie perché sia evitato un confine in Irlanda, come stabilito all’inizio dei negoziati.

Questa spiegazione non ha soddisfatto Theresa May, che è pronta allo scontro. Oggi è previsto un suo importante discorso, già annunciato da tempo, nel quale sicuramente sarà costretta ad affrontare la questione.

La speranza è, però, che oltre alle rimostranze ci siano anche proposte. In caso contrario, le trattative invece di avanzare continuerebbero a fare passi indietro. Come successo appunto questa settimana.

 



ALESSIA MOSCA
Membro del parlamento europeo