Brexit Weekly Update: le difficolta' nel definire l'accordo di transizione

09 febbraio 2018 0 commenti

A settembre dello scorso anno, Theresa May aveva proposto pubblicamente all’Unione europea di trovare un accordo su un periodo di transizione post-Brexit, proposta sulla quale i rappresentanti europei si erano subito trovati d’accordo.

In poche parole, l’idea è questa: la fuoriuscita del Regno Unito dall’UE sarà effettiva il 29 marzo 2019, ma ancora oggi non è chiaro quali saranno le norme che regoleranno i futuri rapporti tra i due lati della manica. Questa incertezza rende impossibile, sia per i cittadini sia per le imprese, prepararsi ai cambiamenti che la Brexit trascinerà con sé. Per risolvere questa situazione, può essere allora utile fissare subito un set di regole provvisorie, che restino in vigore il tempo necessario a trovare un accordo sulle regole definitive e che accompagnino la transizione dalla situazione attuale a quella futura.

Quindi, dopo essersi accordati nel dicembre scorso sui termini del divorzio, ora i rappresentanti di Unione europea e Regno Unito stanno discutendo proprio di questo periodo di transizione. Le trattative non sono però facili: anche se entrambi i lati sono d’accordo sull’importanza di fissare un periodo di transizione, ci sono grosse divergenze su quali regole dovrebbero governare questa fase. Le posizioni ufficiali non sono ancora sul tavolo ma le indiscrezioni di stampa sono state così abbondanti che possiamo parlare con un ragionevole grado di sicurezza.

Il punto su cui c’è più convergenza è la durata del periodo di transizione: l’Unione europea ha proposto che entri in vigore il 30 marzo e che scada il 31 dicembre 2020 (per un totale quindi di circa 21 mesi) e il Regno Unito si è detto in linea di massima d’accordo. La data di fine è stata fissata al 31 dicembre 2020 perché quel giorno scadrà anche il budget europeo 2014-2020, al quale il Regno Unito si è impegnato a contribuire fino alla fine. Se il periodo di transizione si estendesse oltre il 31 dicembre 2020, si dovrebbe negoziare un contributo del Regno Unito anche al prossimo budget europeo, mentre far coincidere le due date permette di evitare questa discussione. E né l’Unione europea né il Regno Unito hanno voglia di parlare ancora di soldi, visto che proprio su questo tema le trattative si erano impantanate nei mesi scorsi.

Più difficile è invece la questione delle regole del periodo di transizione. L’Unione europea ha proposto che durante il periodo di transizione le regole restino a gradi linee simili a come sono ora (in particolare per quanto riguarda il mantenimento dell’unione doganale, del mercato unico e della libera circolazione delle persone), in modo da evitare che cittadini e imprese debbano adeguarsi prima alle regole transitorie e poi a quelle definitive.

Questa proposta non piace però al Regno Unito: i più ardenti sostenitori della Brexit non vedono perché il Regno Unito, dopo Brexit, dovrebbe restare per altri 21 mesi vincolato alle leggi europee; ma anche nel fronte più moderato ci sono parecchi scetticismi su alcune delle proposte europee.

In primo luogo, l’Unione europea chiede che durante il periodo transitorio il Regno Unito rispetti tutte le regole europee, comprese quelle che saranno approvate durante i 21 mesi di transizione. Il problema è che durante il periodo di transizione il Regno Unito non sarà più rappresentato all’interno delle istituzioni europee. Il Paese si troverebbe così a dover obbedire a regole che non ha contribuito in nessun modo a scrivere e la cosa non va giù a tanti sostenitori della Brexit. D’altro canto la richiesta dell’Unione europea nasce dalla constatazione che non può esistere un mercato unico in cui un solo Stato può non rispettare alcune regole.

L’Unione europea chiede poi che abbiano diritto a restare nel Regno Unito tutti i cittadini che arriveranno nel Paese entro il dicembre 2020. Il problema è che, a dicembre, Unione europea e Regno Unito avevano stabilito che questo diritto fosse riconosciuto solo ai cittadini europei residenti nel Regno Unito alla data del 29 marzo 2019. Il Regno Unito vede questa richiesta come un tentativo di cambiare i patti. L’Unione europea risponde però che un accordo così importante, come quello su un periodo di transizione, non può non andare a toccare anche alcuni punti di accordi precedenti.

L’Unione europea chiede poi che, durante il periodo di transizione, il Regno Unito resti vincolato al rispetto di tutti gli accordi internazionali stipulati dall’Unione europea e che il Regno Unito non possa negoziare o ratifica accordi internazionali in quei settori (come il commercio) che sono di competenza esclusiva dell’Unione europea. Il Regno Unito vede questa richiesta come un’indebita interferenza nella propria politica estera. L’Unione europea risponde che non è possibile permettere che allo stesso tempo il Regno Unito goda dei vantaggi degli accordi firmati dall’UE e possa però negoziare nuovi accordi che potrebbero teoricamente danneggiare l’UE stessa.

Infine l’Unione europea chiede di inserire nell’accordo sulla fase transitoria un meccanismo di sanzione, che permetta di intervenire prontamente per punire un eventuale infrangimento dei patti da parte del Regno Unito, per esempio attraverso il blocco immediato di alcuni dei benefici derivanti dal mercato unico. Il Regno Unito non vuole in nessun modo lasciare all’Unione europea un diritto così potente e arbitrario di commutare pene. Ma l’Unione europea da parte sua non si fida del Regno Unito e vuole tutelarsi: normalmente, all’interno dell’UE, è la Corte di Giustizia Europea a vigilare sul rispetto di leggi, regolamenti e accordi. L’Unione europea teme però che il Regno Unito, negli ultimi mesi del periodo transitorio, possa decidere di violare sistematicamente alcune regole, nella consapevolezza che una sentenza della Corte di Giustizia Europea non arriverebbe entro il 30 dicembre 2020 e potendo così contare su una completa impunità.

Come vedete non sarà facile trovare un equilibrio, sia l’Unione europea sia il Regno Unito hanno interessi e preoccupazioni legittimi, ma difficili da conciliare. Fino a poche settimana fa, la speranza era quella di arrivare ad un accordo sulla fase transitoria entro marzo. Ma, come già successo in passato, anche questa data sembra costretta a slittare.

 



ALESSIA MOSCA
Membro del parlamento europeo