Brexit Weekly Update: l'eterna promessa - o minaccia - di un secondo referendum

15 gennaio 2018 0 commenti

 

Nel report della settimana scorsa avevamo parlato del rimpasto di governo in corso nel Regno Unito, rilanciando anche l’indiscrezione secondo cui in questa occasione sarebbe stato nominato un Sottosegretario impegnato a lavorare sulla prospettiva di una Brexit senza accordo. Ora che il nuovo governo è stato ufficialmente presentato possiamo dire che (fortunatamente) questa voce era infondata.

Non racconteremo qui nel dettaglio chi sono i nuovi Ministri e Sottosegretari, anche perché tutte le figure principali sono rimaste al proprio posto. Un fatto è però importante sottolineare, perché capace di influenzare il modo in cui il governo del Regno Unito affronterà i dibattiti su Brexit.

Con le nuove nomine, ora all’interno del Ministero per la Brexit lavoreranno solo persone cha al referendum del 2016 hanno sostenuto il Leave, mentre nel Ministero delle Finanze e nel Cabinet Office (cioè il Ministero che si occupa di sostenere l’attività del Primo Ministro) lavoreranno solo persone che al referendum hanno sostenuto il Remain.

Probabilmente con questa mossa Theresa May ha voluto minimizzare le occasioni di scontro tra esponenti del governo con idee diverse. Non sembra una strategia saggia e potrebbe trattarsi di un poco fruttuoso rimandare un confronto che prima o poi dovrà per forza esserci. Tanto più che qui si parla di tre Ministeri chiavi, che devono per forza coordinarsi nelle proprie attività.

Questa settimana, inoltre, si è parlato anche dell’ultima dichiarazione di Nigel Farage, l’ex-leader del partito euroscettico UKIP e uno dei più ardenti sostenitori della Brexit.

Farage ha affermato che la Brexit è in pericolo perché sono in corso dei tentativi per ribaltare il risultato del voto popolare. Ha allora invitato i propri sostenitori a prepararsi anche all’eventualità di un secondo referendum, in modo da ribadire una volta per tutte che la volontà dei cittadini del Regno Unito è di lasciare l’Unione europea.

I giornali si sono concentrati molto sul fatto che Farage abbia aperto alla possibilità di un secondo referendum. Ma era da subito evidente che si trattava di una provocazione e infatti la posizione è stata chiarita (e in parte ritratta) dopo poche ore.

Solo pochi osservatori si sono, invece, concentrati su un aspetto più importante: quella di Farage era una “chiamata alle armi” dai toni paranoici. Sostenere che sia necessario difendere la volontà del popolo britannico di uscire dall’Unione europea è assurdo, visto che è da ormai un anno che l’interno governo britannico non lavora ad altro e che il principale partito di opposizione non sembra intenzionato a fare marcia indietro sulla Brexit.

Tuttavia, è necessario dare conto del fatto che una ideologizzazione del dibattito sta avvenendo da entrambe le parti. In diversi ambienti europeisti si continua a ripetere, infatti, che è necessario un nuovo referendum perché la gente ha cambiato idea sulla Brexit. Peccato però che tutti i principali sondaggi dicano che la maggior parte dei britannici è contraria a un secondo referendum e che, in ogni caso, il risultato di un nuovo voto sarebbe assolutamente incerto perché sembrano essere molto poche le persone che hanno cambiato idea rispetto a due anni fa.

Un dibattito serio sulla Brexit e sul futuro del percorso di integrazione europeo deve allora abbondonare quest’ottica di scontro. Deve partire dal riconoscimento dei fatti per poi muoversi verso un dialogo con chi si è costruito un’opinione diversa dalla nostra. Un modo diverso di discutere non fa altro che abbassare la qualità del dibattito pubblico.



ALESSIA MOSCA
Membro del parlamento europeo