Brexit Weekly Update: arenati sull'Irlanda

05 dicembre 2017 0 commenti

Negli aggiornamenti delle settimane scorse avevamo più volte detto che il confine irlandese era il punto che più di tutti rischiava di scombinare le trattative sulla Brexit. Oggi possiamo dire che avevamo ragione, visto che proprio su questo tema si è bloccato ieri il raggiungimento di un accordo tra Unione europea e Regno Unito.

Eppure tutto era stato allestito per annunciare un’intesa che sembrava finalmente essere stata raggiunta. Nella mattinata di ieri era già stata fatta circolare tra addetti ai lavori e giornalisti una bozza di accordo, che la Prima ministra britannica Theresa May e il Presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker avrebbero poi discusso nei dettagli a pranzo. E dal momento che su questa bozza era già stata trovata una convergenza di massima, ci si aspettava che al termine del pranzo sarebbe stato ufficializzato il raggiungimento di un accordo. C’era talmente tanta fiducia che tutto ero stato allestito come se l’accordo fosse già stato chiuso: per il tardo pomeriggio era già stata organizzata una riunione a Bruxelles coi diplomatici dei Paesi Ue e Theresa May si era già preparata ad intervenire il giorno seguente al Parlamento britannico, per esporre nei dettagli i risultati ottenuti (appuntamenti che sono poi stati entrambi annullati all’ultimo).

Invece è bastata una telefonata a far saltare tutto. Verso la fine del pranzo, Theresa May è stata raggiunta al telefono da Arlene Foster, leader del Partito Unionista Democratico (Democratic Unionist Party, DUP), cioè il partito nord-irlandese che coi suoi 10 deputati sorregge il Governo britannico. Durante una lunga telefonata, Arlene Foster ha avvertito che il proprio partito non poteva in nessun modo accettare l’accordo raggiunto sul confine irlandese. 

A quel punto Theresa May è stata costretta a bloccare tutto. Infatti, nonostante fosse convinta della bontà dell’accordo raggiunto, non poteva permettersi di andare contro le richieste di Arlene Foster perché perdere il sostegno del Partito Unionista Democratico significherebbe perdere la maggioranza parlamentare (e quindi veder cadere il Governo).

Si è così arrivati a una conferenza stampa surreale dove Jean-Claude Juncker ha parlato meno di due minuti e Theresa May solo 49 secondi, durante i quali non hanno dato spiegazioni e dopo i quali non hanno raccolto domande. Entrambi si sono limitati a dire che durante il pranzo le posizioni si erano avvicinate molto, ma che un accordo non era ancora stato raggiunto perché rimanevano uno o due punti aperti, per i quali servivano maggiori consultazioni. Nessuno dei due ha accennato né alla questione irlandese né alla telefonata di Arlene Foster, lasciando molto perplessi i giornalisti, che non capivano come si fosse arrivati a queste conclusioni. Solo dopo parecchie ore sono stati ricostruiti i dietro le quinte che hanno permesso di capire perché le trattative si fossero bloccate per l’ennesima volta.

Ma cosa era stato deciso di tanto inaccettabile per il Partito Unionista Democratico? Per capirlo serve prima ricostruire un attimo il quadro complessivo. Come ricorderete, il problema del confine irlandese è come evitare la reintroduzione di controlli al confine tra Repubblica d’Irlanda e Irlanda del Nord, in modo da evitare di riaccendere le tensioni tra le due parti dell’isola (uscite solo da vent’anni da una situazione di conflitto). Sulla necessità di evitare di reintrodurre checkpoint al confine sono d’accordo fin dall’inizio sia l’Unione europea sia il Regno Unito.

Il problema è però che la reintroduzione dei controlli alla frontiera sembra essere resa inevitabile dalla decisione di Theresa May di far uscire il Regno Unito dal mercato unico europeo e dall’unione doganale con l’Unione europea. Infatti, uscire da mercato unico e unione doganale significherebbe per il Regno Unito adottare standard di qualità dei prodotti e regole commerciali diversi da quelli europei; a questo punto l’Unione europea sarebbe costretta a introdurre controlli alla frontiera per evitare che entrino in Europa prodotti che non rispettano le nostre regole e i nostri standard. E questi controlli sarebbero per forza di cose in Irlanda, dal momento che l’unico confine fisico tra Unione europea e Regno Unito è quello tra Repubblica d’Irlanda e Irlanda del Nord.  Lo stesso parlamento britannico ha ammesso, in un report pubblicato la settimana scorsa, che sembra inevitabile la reintroduzione di controlli al confine irlandese una volta che il Regno Unito sarà uscito da mercato unico e unione doganale.

C’è da dire che, teoricamente, si potrebbe trovare una soluzione ad hoc per il contesto irlandese all’interno di un vasto accordo commerciale, a patto che le legislazioni di Unione europea e Regno Unito rimangano più o meno allineate (è questa d’altronde la speranza dei negoziatori britannici). Ma questa è un’opzione che per il momento esiste solo sulla carta, visto che solleva immense difficoltà tecniche per le quali nessuno ha ancora proposto una soluzione soddisfacente.

Partendo da queste difficoltà, Theresa May e Jean-Claude Juncker erano allora arrivati a questo accordo: se non si troveranno altre soluzioni, il Regno Unito si impegna a far sì che la legislazione dell’Irlanda del Nord rimanga allineata a quella dell’Unione europea per quanto riguarda le regole del mercato unico e dell’unione doganale.


Attenzione, perché la formulazione è molto vaga e qui sta il problema. Il Partito Unionista Democratico si è da subito opposto perché queste parole ventilano la possibilità che l’Irlanda del Nord adotti regole commerciali diverse da quelle del resto del Regno Unito: questo scenario permetterebbe di evitare un confine in Irlanda, ma obbligherebbe allora a creare un confine marittimo tra Irlanda del Nord e resto del Regno Unito, eventualità che il Partito Unionista Democratico non può in nessun modo accettare (si chiama “Unionista” proprio perché rappresenta quella parte degli irlandesi del nord che vogliono restare uniti al Regno Unito) e sulla quale sembra disposta a far cadere il Governo.

Ma, come detto, la formulazione è vaga: nella bozza di accordo viene lasciato aperto anche lo scenario che tutto il Regno Unito rimanga allineato alle regole di mercato unico e unione doganale, cosa che però l’ala destra del Partito Conservatore non sembra disposto ad accettare e sulla quale potrebbe far cadere il Governo.

Inoltre con questa espressione non viene neanche scartata la possibilità di tirare fuori dal cilindro una soluzione ad hoc per l’Irlanda il prossimo anno, quando Unione europea e Regno Unito discuteranno di temi commerciali: nel caso salti fuori una soluzione, questa potrà essere applicata; se non sarà trovata, almeno c’è un paracadute.

Come sintetizza bene Bloomberg, il problema è che sul tavolo ci sono al momento tre richieste incompatibili e quindi almeno una di loro dovrà essere scartata:

- l’Unione europea (ma il Regno Unito è d’accordo) vuole evitare controlli al confine in Irlanda

- Theresa May vuole uscire da mercato unico e unione doganale

- Il Partito Unionista Democratico vuole evitare che l’Irlanda del Nord e il resto del Regno Unito adottino regole commerciali diverse, cosa che imporrebbe di creare di fatto un confine interno al Paese.

Theresa May è ora impegnata in una serie di dialoghi sia con membri del proprio Partito Conservatore sia con membri del Partito Unionista Democratico. Alla fine dei giochi, qualcuno uscirà sconfitto, ma non è ora possibile dire chi. È improbabile, ma è anche possibile che alla fine chi ne uscirà sconfitta sarà proprio May, costretta a dimettersi se non riuscisse a trovare una quadra tra le varie forze che sostengono il suo Governo.

 



ALESSIA MOSCA
Membro del parlamento europeo