Brexit Weekly Update: tra i conti e i confini

27 novembre 2017 0 commenti

Il 14 e il 15 dicembre i Capi di Stato europei si riuniranno a Bruxelles per discutere, tra le altre cose, dello stato delle trattative sulla Brexit. In quest’occasione valuteranno i progressi raggiunti finora nei negoziati e decideranno se questi sono sufficienti per passare alla fase due, quella in cui si discuterà del futuro quadro di relazione tra Unione Europea e Regno Unito.

Come ormai sapete, i progressi finora sono però stati pochi e quindi è tutt’altro che scontato che la valutazione dei Capi di Stato europei sia positiva. I rappresentanti dell’Unione Europea hanno quindi avvertito Theresa May che l’unico modo per sbloccare la situazione è presentare una qualche offerta migliore entro il 6 dicembre, data nella quale saranno chiusi i preparativi per l’incontro del 14 e 15.

E un’offerta migliore alla fine è arrivata: la settimana scorsa, dopo un’agitata riunione di Gabinetto, Theresa May ha ottenuto dai propri ministri il via libero per alzare a 40 miliardi di euro la cifra che il Regno Unito offrirà all’Unione Europea per saldare gli impegni finanziari ancora in sospeso.

Non c’è dubbio che sia un’offerta sensibilmente migliore della precedente, che era ferma a 20 miliardi. E infatti questa apertura è stata accolta con favore da parte europea, contenta di vedere dei concreti passi avanti su una questione che tutti sanno essere politicamente difficile da gestire.

 

Ma è anche vero che, per molte ragioni, quest’offerta da sola probabilmente non basterà a sbloccare le trattative. Innanzitutto, infatti, è ancora lontana dai 60 miliardi richiesti dall’Unione Europea; senza contare che i negoziatori europei avevano chiesto al Regno Unito di presentare come offerta non una cifra, ma un metodo di calcolo per determinare questa cifra (in modo da spostare il discorso su un piano il più possibile tecnico); il fatto che Theresa May abbia deliberatamente ignorato questa richiesta ha suscitato qualche malumore.

Ma, soprattutto, le questioni finanziarie non sono l’unico punto su cui si sono bloccate le trattative. Qualche settimana fa vi avevamo raccontato come il punto più delicato dei negoziati sia in realtà la gestione del confine tra Repubblica d’Irlanda e Irlanda del Nord (unico confine fisico tra Unione Europea e Regno unito), questione sulla quale ancora non c’è nessuna idea concreta di risoluzione.

Questa settimana, il tema è nuovamente riemerso come dirompente per via di uno scontro a distanza tra Liam Fox, Ministro britannico per il commercio internazionale, e Leo Varadkar, Primo Ministro irlandese.

Il tutto è cominciato con un’intervista a Liam Fox, nella quale il ministro britannico ha dichiarato che il Regno Unito non prevede di concludere nessun accordo definitivo sulla questione irlandese finché non sarà chiaro come sarà impostato il futuro quadro di relazioni tra Unione Europea e Regno Unito. Questa impostazione contraddice però apertamente quella adottata finora dall’Unione Europea, la quale ha da sempre sostenuto di non voler neanche iniziare a discutere del futuro quadro di relazioni finché non si sarà trovata una soluzione alla gestione del confine irlandese.

Leo Varadkar è quindi immediatamente intervenuto per rispondere a Liam Fox, affermando che il governo irlandese non accetterà un cambiamento della linea europea e minacciando di mettere il veto su qualunque decisione europea che non protegga adeguatamente gli interessi degli abitanti dell’Irlanda.

C’è però da sottolineare che la posizione di Leo Vadadkar è, almeno in parte, dovuta a interessi strategici: fare la voce grossa può aiutarlo a salvare il proprio governo, che in questi giorni rischia di essere sfiduciato in Parlamento.

Ancora una volta, quindi, vediamo intrecciarsi questioni di politica internazionale e piccoli interessi elettorali, in un modo così indistricabile che è difficile vedere dove finiscono le une e dove cominciano gli altri. In tutto il suo tortuoso procedere, la Brexit sta mettendo in luce l’inadeguatezza diffusa di parte della classe dirigente europea, che sembra più interessata a coltivare il proprio piccolo orto di consenso che a costruire un progetto politico di ampio respiro. È evidente che un equilibrio si sta rompendo e che dei grossi cambiamenti sono destinati a mutare il panorama politico europeo: la sfida starà nel far sì che questi cambiamenti siano in meglio e non in peggio.

 



ALESSIA MOSCA
Membro del parlamento europeo