Brexit Weekly Update: ancora nessuna buona nuova

14 novembre 2017 0 commenti

È finito senza colpi di scena il sesto round negoziale tra Unione Europea e Regno Unito: come previsto si è trattato di un incontro soprattutto tecnico, in cui sono state affrontate tematiche molto puntuali e che non ha prodotto nessuna svolta nelle trattative.

Nella conferenza stampa di chiusura dei lavori, il caponegoziatore europeo Michel Barnier ha detto chiaramente «Non aspettatevi oggi, nel momento in cui siamo, annunci o grandi decisioni. Le discussioni di questi giorni […] sono un momento di approfondimento, di chiarimento, di lavoro tecnico».

 

Il problema è che una svolta serve perché i tempi si fanno sempre più stretti. Le leggi europee stabiliscono infatti che il Regno Unito uscirà dall’Unione Europea il 29 marzo 2019, indipendentemente dal fatto che si sia raggiunto o meno un accordo. Tra l’altro adesso conosciamo anche l’ora esatta in cui la Brexit sarà effettiva: Theresa May ha annunciato questa settimana che la fuoriuscita avverrà alle 23.00, secondo il fuso orario di Londra (quindi quando a Bruxelles e in Italia sarà mezzanotte).

Questa data si sta avvicinando, eppure da mesi le trattative sono bloccate su questioni che si sperava di risolvere entro l’inizio dell’autunno. Non stupisce allora che stia crescendo la preoccupazione sia negli ambienti economici sia in quelli politici, spaventati dalla possibilità che da un giorno all’altro si alzino muri burocratici ed economici tra il Regno Unito e l’Unione europea.

Pochi giorni dopo la chiusura di quest’ultimo round negoziale, Michel Barnier stesso ha dato voce a queste preoccupazioni rilasciando un’intervista al settimanale francese Le Journal du Dimanche. In questa occasione ha ammesso che è possibile che si arrivi a una fuoriuscita senza accordo e ha per la prima volta confermato che la Commissione europea ha iniziato dei lavori tecnici per prepararsi a questa eventualità, invitando i Governi e le imprese a fare altrettanto.

Quest’ultima settimana è però apparso chiaro che raggiungere un accordo potrebbe essere più difficile di quanto immaginato finora. Nei giorni scorsi, infatti, l’Unione Europea ha elaborato un documento (poi reso pubblico da indiscrezioni di stampa) nel quale presenta le proprie linee guida per affrontare la questione del confine irlandese, proponendo però soluzioni che non saranno mai accettate dal Governo britannico.

In Italia si parla pochissimo di questo argomento, ma la questione di cosa accadrà al confine tra Irlanda del Nord e Repubblica d’Irlanda è davvero esplosiva. Rischia infatti di riaccendere tensioni tra i due Paesi, che – ricordiamolo – sono usciti solo da una ventina di anni da un conflitto che ha causato più di 3000 morti. Si tratta di un tema capace, da solo, di indirizzare tutti i negoziati.

Sia l’Unione Europea sia il Regno Unito si sono detti d’accordo sulla necessità di evitare di ricostruire un confine fisico tra Irlanda del Nord e Repubblica d’Irlanda, in modo da non mettere in pericolo il processo di pace tra i due Paesi. Il problema è però come evitare la ricostruzione di questo confine, che era stato possibile eliminare solo perché entrambi i Paesi facevano parte dell’Unione Europea.

Nel documento preparato, l’Unione Europea suggerisce che l’unico modo per evitare la rinascita di un confine in Irlanda è che il Regno Unito, pur uscendo dall’Unione Europea, rimanga all’interno del mercato unico e dell’unione doganale, in modo da evitare di dover controllare le merci e le persone che transitano tra i due Paesi. È questo il cosiddetto “modello norvegese”, da sempre proposto da Barnier e dai sostenitori di una soft Brexit, ma da sempre osteggiato da Theresa May e dai sostenitori di una hard Brexit perché impedirebbe al Regno Unito di condurre una politica commerciale autonoma.

Dal canto suo, il Governo britannico non intende accettare la proposta europea, ma finora non è stato capace di proporre nessun modello alternativo, anche perché sembra tecnicamente impossibile non avere un confine tra Paesi che intendono adottare differenti standard qualitativi e differenti politiche commerciali.

Capite allora bene quanto sarà difficile raggiungere un accordo. Theresa May non può ormai rinunciare a una linea hard Brexit, perché un cambio di posizione così radicale significherebbe sicuramente la fine del suo Governo. Ma questa presa di posizione sembra allo stesso tempo rendere impossibile trovare un accordo sul confine irlandese. E senza prima un’intesa su questo punto l’Unione Europea si rifiuta di procedere oltre nelle trattative.

Lo abbiamo ripetuto anche altre volte e lo si è visto anche questa settimana: più il tempo passa, più la linea politica adottata finora da Theresa May appare incapace di raggiungere dei risultati positivi. Fortunatamente sembra però che se ne stia finalmente accorgendo anche il Parlamento britannico: secondo l’Indipendent, 40 deputati conservatori sarebbero infatti pronti a sfiduciare May se non otterrà dei risultati entro Natale.

Si tratta di una notizia importante anche perché è proprio di oggi la conferma che il Parlamento britannico potrà dire la propria sui risultati dei negoziati. Il Governo del Regno Unito, per bocca di David Davis, ha infatti annunciato che chiederà al Parlamento un voto per accettare o bocciare l’accordo che sarà (eventualmente) raggiunto con l’Unione Europea.

Deve però essere chiaro che non si tratta di una gran concessione. In primo luogo, secondo molti giuristi un voto parlamentare era inevitabile: se non fosse stato accordato dal Governo, sarebbe stato quasi sicuramente imposto dalla Corte Suprema. In secondo luogo, il Parlamento, anche se non soddisfatto dall’accordo raggiunto dal Governo, non potrà né modificarlo, né riaprire le trattative, né bloccare la Brexit; il Governo britannico lascerà al Parlamento la possibilità di scegliere solo tra due opzioni: o accettare l’accordo così come sarà formulato o bocciarlo del tutto e spingere in questo modo il Paese fuori dall’Unione Europea senza nessun tipo di accordo.



ALESSIA MOSCA
Membro del parlamento europeo