Brexit Weekly Update: dove si va da qui? Analisi degli scenari possibili

11 settembre 2017 0 commenti

Dopo i risultati negativi del terzo round negoziale su Brexit, è giusto fermarsi un momento per cercare di capire quali sono ora gli scenari realisticamente sul tavolo, riflettendo sulle tempistiche e sui prossimi passi già fissati dal percorso delle trattative.

Come forse ricordate, la fuoriuscita di un Paese dall’Unione Europea è fissata dall’articolo 50 del Trattato di Lisbona, che stabilisce un limite di due anni di tempo, entro i quali le due parti hanno la possibilità di negoziare un accordo di separazione e superati i quali la separazione avviene comunque, anche senza accordo, nel caso non sia stato possibile raggiungerne uno (con tutti i problemi che questo comporta).

Dal momento che l’articolo 50 è stato invocato ufficialmente dal Regno Unito il 29 marzo di quest’anno, l’accordo di fuoriuscita deve essere trovato al massimo entro il 29 marzo 2019.

In realtà, i tempi sono molto più stretti dei due anni fissati sulla carta: innanzitutto le trattative sono cominciate soltanto a giugno, perché le istituzioni di Unione Europea e Regno Unito hanno avuto bisogno di qualche mese per preparare i propri mandati negoziali (passaggio necessario in ogni trattativa internazionale); inoltre c’è da considerare che i negoziati dovranno finire qualche mese prima del marzo 2019, per dare tempo al Parlamento Europeo e ai Parlamenti nazionali del Regno Unito e dei Paesi UE di ratificare l’accordo eventualmente raggiunto. Tenendo quindi conto del ritardo iniziale e ipotizzando circa 6 mesi di tempo per la ratifica dei Parlamenti, le trattative dovrebbero allora chiudersi verso l’ottobre 2018, quindi con solo 15 o 16 mesi effettivi di negoziato.

Finora, però, dopo tre mesi di trattative (cioè circa il 20% del tempo effettivo a disposizione), Unione Europea e Regno Unito non sono riusciti a trovare un accordo su nessuno dei punti decisivi. Inoltre (e cosa ben più grave), l’ultimo round negoziale ha dimostrato che ci sono ben poche possibilità di arrivare rapidamente a grossi risultati.

Per sbloccare l’attuale situazione di stallo non basterebbe neanche rendere più fitto il calendario degli incontri, come proposto dal Regno Unito questa settimana. L’ultimo round negoziale, infatti, ha dimostrato che i problemi sul tavolo potrebbero essere risolti solo cambiando radicalmente l’approccio alle trattative; finché non si vedrà questo cambiamento, aumentare il numero di incontri previsti sarebbe solo una perdita di tempo e un’ulteriore fonte di frustrazione per i negoziatori. Anche per questa ragione il caponegoziatore europeo, Michel Barnier, ha fatto sapere che per il momento non intende rivedere il calendario dei lavori, anche se non ha escluso questa possibilità per il futuro.

Tutta questa situazione rende, di fatto, altamente improbabile che si possa raggiungere entro i tempi stabiliti un accordo che rispecchi la linea fissata da Theresa May, vale a dire una linea hard Brexit che porterebbe fin da subito il Regno Unito fuori dal mercato unico e dall’unione doganale. Infatti, mancano ormai tempi tecnici e condizioni politiche per raggiungere un accordo così ampio in così poco tempo.

Se, allora, escludiamo che si raggiunga in due anni un accordo di questo tipo (scenario che fino a pochi mesi fa sembrava il più realistico), quali altre possibilità rimangono?

Una possibilità è che si decida di prolungare i tempi delle trattative. L’articolo 50 infatti dice anche che i due anni di tempo possono essere prorogati se c’è l’accordo unanime di tutti i Paesi UE, compreso il Paese che ha chiesto di uscire dall’Unione. Di sicuro nei prossimi mesi si parlerà di questa eventualità, ma al momento non sembra uno scenario realistico visto che sia l’Unione Europea sia il Regno Unito continuano a ripetere che la Brexit avverrà regolarmente entro marzo 2019. Il fatto è che tutti preferirebbero evitare questa opzione, perché c’è il timore che la ricerca di un accordo per prolungare i tempi delle trattative rischi di aprire diversi negoziati paralleli e pericolosi, molto difficili da gestire: ogni Paese europeo infatti potrebbe iniziare a chiedere qualcosa in cambio dell’appoggio alla proroga dei tempi; già ora voci di corridoio dicono che la Grecia è pronta a chiedere al Regno Unito la restituzione dei marmi del Partenone in cambio del voto favorevole del Parlamento sulla ratifica dell’accordo finale.

Un’altra possibilità è che alla fine si verifichi una Brexit senza accordo. Questo significherebbe bloccare molte delle attività economiche che prevedono scambi (di beni, di servizi, di dati, di investimenti o di personale) tra i due Paesi e significherebbe anche lasciare in totale incertezza il futuro dei cittadini europei che vivono nel Regno Unito e di quelli britannici che vivono in un Paese UE. Sarebbe uno scenario molto grave per l’Unione Europea e disastroso per il Regno Unito, motivo per cui finora la maggior parte dei commentatori internazionali era convinta che in qualche modo si sarebbe raggiunto un accordo di qualche tipo. Oggi però questa convinzione comincia a vacillare, visto quanto stanno procedendo lentamente le trattative. Stando al Telegraph, ormai anche all’interno del Governo britannico si pensa ci sia una possibilità su 3 che si arrivi a una fuoriuscita senza accordo.

Nelle ultime settimane si è aperto però un’ulteriore scenario, reso possibile da un cambio di posizione del Partito Laburista, che vale la pena raccontare. Come forse ricordate, per mesi il Partito Laburista non ha avuto una posizione chiara su Brexit, tanto che era impossibile capire quale strategia negoziale appoggiasse. Ma, due settimane fa, il responsabile del Partito Laburista per la Brexit ha dichiarato che il proprio partito sostiene necessario chiudere al più presto i negoziati con un accordo che prevede che fino ad almeno il 2023 tutto rimanga com’è ora (compresa la libera circolazione delle persone e la permanenza nel mercato unico e nell’unione doganale), così da utilizzare questi anni di transizione per raggiungere in modo ordinato un accordo ampio e definitivo, che probabilmente porterebbe il Regno Unito fuori dal mercato unico (anche se questo punto c’è ancora una certa ambiguità; non è stata completamente chiusa la possibilità di una permanenza definitiva all’interno del mercato unico).

Questa decisione posiziona chiaramente il Partito Laburista tra i sostenitori di una soft Brexit e cambia gli equilibri in gioco. La proposta laburista potrebbe trovare l’appoggio di tutte le opposizioni e di una parte del Partito Conservatore; se questo avvenisse, si aprirebbe la possibilità che il Governo May cada e ne nasca un nuovo governo sostenuto dai laburisti e da una parte dei conservatori, incaricato di guidare il Paese verso una soft Brexit. Certo, non si tratta di uno scenario molto probabile, ma è una possibilità che oggi è sul tavolo e che un mese fa nessuno prendeva seriamente in considerazione.

Come potete vedere, nessuno di questi scenari può essere considerato irrealizzabile: né un accordo hard Brexit entro i due anni, né una proroga dei tempi, né una fuoriuscita senza accordo, né un accordo sosft Brexit. Ma di nessuno di questi scenari possiamo neanche dire che sia il più probabile. Capite allora bene quanto sia grande la confusione che circonda queste trattative.

 



ALESSIA MOSCA
Membro del parlamento europeo