Polonia e stato di diritto: le preoccupazioni UE

04 settembre 2017 0 commenti

Giovedì scorso la commissione per le Libertà Civili, la Giustizia e gli Affari interni (LIBE) si è riunita per uno scambio di opinioni con il primo vicepresidente Frans Timmermans sui recenti sviluppi in Polonia e il loro impatto sullo Stato di diritto. Quest’ultimo è uno dei valori sui quali si fonda l’Unione europea, in quanto assicura che normative e principi dell’Ue stessa vengano rispettati.

Lo scorso 26 luglio, la Commissione europea ha espresso le proprie preoccupazioni riguardo la riforma del sistema giudiziario in Polonia attraverso una raccomandazione sullo Stato di diritto destinata alle autorità polacche, le quali sono state invitate a risolvere tale problematica entro un mese. Tale raccomandazione è la diretta conseguenza di quattro nuovi atti legislativi adottati dal parlamento polacco: la legge sulla Corte suprema, la legge sul Consiglio nazionale della magistratura, la legge sull’organizzazione dei tribunali ordinari e la legge sulla scuola nazionale della magistratura.

Questi atti contengono una serie di disposizioni riguardanti i principi dell'indipendenza giudiziaria e della separazione dei poteri che, secondo la Commissione europea, li renderebbero incompatibili con la Costituzione polacca. Nello specifico, le riforme apportate minacciano l’indipendenza del settore giuridico polacco, andando a incidere negativamente sullo Stato di diritto. In conclusione a questo post troverete maggiori dettagli sui contenuti considerati "pericolosi".

La Commissione è pronta ad attivare il meccanismo di cui all’art 7, paragrafo 1 del trattato sull’Unione europea (secondo il quale "(...) il Consiglio, deliberando alla maggioranza dei quattro quinti dei suoi membri previa approvazione del Parlamento europeo, può constatare che esiste un evidente rischio di violazione grave da parte di uno Stato membro dei valori di cui all'articolo 2"): non possiamo accettare un sistema che permette di destituire i giudici in modo arbitrario. L’obiettivo dell’Ue, va sottolineato, non sono le sanzioni ma il dialogo.

Come ribadito da Timmermans, nessuno mette in dubbio che i governi eletti democraticamente possano attuare riforme, a patto che queste rispettino lo Stato di diritto.

I giudici nazionali sono giudici dell’Ue in quanto applicano il diritto dell’Unione e hanno accesso diretto alla Corte europea di giustizia: un filtro politico non può e non deve alterare questi equilibri.

 

***

 

Il contenuto delle riforme:

 

Secondo gli art. 2(1) e 2(36) dell’atto legislativo che ha modificato la legge sulla Scuola nazionale della magistratura, quella sull'organizzazione dei tribunali ordinari e alcune altre leggi, gli assistenti giudici potranno agire come singoli giudici nei tribunali distrettuali. Originariamente, in Polonia, gli assistenti giudici non hanno lo stesso ruolo dei giudici veri e propri e, soprattutto, non sono soggetti alle stesse garanzie per la tutela dell'indipendenza giudiziale. I giudici assistenti, infatti, sono nominati per un periodo limitato di quattro anni e, dopo 36 mesi, possono iniziare a richiedere nuovi procedimenti per diventare giudici. Proprio a causa del loro breve mandato, sono particolarmente vulnerabili all'influenza esterna, in particolare a quella del ministro della Giustizia, poiché quest’ultimo è coinvolto anche nel successivo processo di selezione e nomina in qualità di giudice.

 

 

Gli articoli 1(6), 17(1) e 18(1) della nuova legge sull'organizzazione dei tribunali ordinari sollevano preoccupazioni sull'indipendenza personale dei presidenti di tribunale. Durante un periodo di sei mesi, il ministro della Giustizia avrebbe la facoltà di nominare e revocare i presidenti di tribunale senza dover rispettare criteri universalmente riconoscibili, senza obbligo di dare una motivazione e senza possibilità per la magistratura di contrapporsi a queste decisioni. Inoltre, non è disponibile alcun controllo giudiziario nei confronti di una decisione di licenziamento del ministro della Giustizia. Una volta trascorsi sei mesi, quest’ultimo potrà comunque nominare i presidenti di tribunale a sua discrezione e, solo in caso di licenziamento di un presidente di tribunale, il Consiglio Nazionale per la Giustizia potrà bloccare tale decisione, con una maggioranza qualificata di due terzi di tutti i membri del Consiglio. Il potere del ministro della Giustizia di arbitrare il licenziamento dei presidenti di tribunale gli consentirebbe di intaccare la loro indipendenza nel giudicare i casi che gli vengono sottoposti. Anche i giudici che non sono presidenti di tribunale, ma vorrebbero diventarlo, potrebbero essere inclini a non andare contro la posizione del ministro della Giustizia, al fine di non ridurre le loro possibilità di essere nominati presidenti di tribunale.

 

 

Secondo la Costituzione polacca, l'indipendenza dei giudici è salvaguardata dal Consiglio Nazionale della Magistratura. Fino a ora, il sistema polacco era pienamente conforme a tali norme poiché il Consiglio in questione era composto da una maggioranza di giudici scelti da altri giudici. L’art. 1, paragrafo 1 e 7 della legge che modifica la legge sul Consiglio Nazionale della Magistratura, altererebbe questo regime, prevedendo che i 15 giudici membri di tale Consiglio Nazionale della Magistratura saranno nominati dal Sejm: un cambiamento che aumenta in modo significativo l'influenza del Parlamento sul Consiglio e incide negativamente sulla sua indipendenza, oltre a essere in contraddizione con gli standard europei. 



 

 

Ai sensi dell'articolo 87 della nuova legge sulla Corte Suprema, il giorno successivo all'entrata in vigore della legge, tutti i giudici della Corte Suprema dovrebbero essere licenziati o mandati in pensione. Secondo l'art. 88 della medesima legge, invece, solo i giudici indicati dal ministro della Giustizia potranno rimanere inizialmente attivi per un periodo interinale fino a una decisione del presidente della Repubblica che, attraverso una procedura speciale, verificherà se possono essere effettivamente autorizzati a rimanere in carica. Tuttavia, il nuovo atto legislativo, non specificherebbe i criteri secondo i quali la scelta dei giudici che rimarrà in carica dovrebbe essere fatta. Il licenziamento e il ritiro forzato di tutti i giudici della Corte Suprema, considerati in relazione alle norme che permettono il loro possibile reimpiego, violerebbero l'indipendenza giudiziaria dei giudici della Corte Suprema.

 

Inoltre, l'articolo 1, punto 26, lettera b-c, e l'articolo 13, paragrafo 1, della legge che modifica la legge  sull'organizzazione dei tribunali ordinari riduce il regime pensionistico applicabile ai giudici ordinari da 67 a 60 per i giudici di sesso femminile e da 67 a 65 per i giudici di sesso maschile. Tuttavia, il ministro della Giustizia avrà il potere di decidere la proroga dei mandati giudiziari (fino all'età di 70 anni) secondo criteri che rimangono non definiti: l’abbinamento di queste due manovre viola in maniera chiara il principio di irremovibilità dei giudici. Infine, le diverse età pensionabili rappresentano una discriminazione di genere in contrasto sia con l’Articolo 157 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea che con la direttiva europea del 2006 sulla parità nel lavoro.

 



ALESSIA MOSCA
Membro del parlamento europeo