Brexit Weekly Update: dal secondo round, nulla di fatto

24 luglio 2017 0 commenti

La settimana scorsa i negoziatori europei e quelli britannici si sono incontrati per un secondo round negoziale, dal quale sono usciti risultati decisamente preoccupanti. L’incontro si era aperto carico di aspettative, col caponegoziatore europeo Michel Barnier che prometteva si sarebbe andati al cuore delle questioni, ma si è concluso invece con la minaccia dello stesso Barnier di mettere in stallo i negoziati.

Vi avevamo anticipato che il tema più delicato di questo round negoziale sarebbero state le questioni finanziarie, cioè la richiesta europea che il Regno Unito rispetti gli impegni finanziari che si era già assunto per gli anni a venire, pagando quindi una cifra che secondo le stime oscilla tra i 60 e i 100 miliardi di euro. Ebbene, come ampiamente prevedibile, proprio su questo argomento si è arrivati a una prima rottura.

Per rendere la questione meno politica e più tecnica, Michel Barnier aveva deciso di discutere con la controparte inglese non di una cifra, ma di una metodologia per calcolare questa cifra. Questo non è però stato possibile per la semplice ragione che i negoziatori britannici non hanno voluto presentare nessuna proposta su questo punto, sostenendo che per il momento preferivano semplicemente ascoltare le posizioni europee, ma rendendo così impossibile avviare una trattativa.

Michel Barnier si è, a quel punto, trovato costretto a ricordare che nel primo incontro si era deciso di non proseguire oltre con le trattative finché non si fossero raggiunti accordi soddisfacenti sui tre punti principali del divorzio, vale a dire le questioni finanziarie, il confine irlandese e i diritti dei cittadini europei che vivono nel Regno Unito e di quelli britannici che vivono in un Paese dell’Unione Europea. La minaccia di mettere in stallo i negoziati nasce da qui: Michel Barnier ha semplicemente ribadito che l’Unione Europea non accetterà che vengano apportate modifiche a un percorso su cui ci si era già accordati.

La mossa britannica è stata, infatti, interpretata principalmente come un goffo e pericoloso tentativo del Regno Unito di spingere l’Unione Europea ad accettare di discutere in parallelo i dettagli del divorzio e il futuro quadro di relazione (in particolare di quelle commerciali), dopo che soltanto un mese fa ci si era invece accordati per una tabella di marcia ben diversa, che trattasse le due questioni in fasi successive. I negoziatori europei hanno quindi vissuto questo atteggiamento in parte come una provocazione, ma anche come la prova che il Regno Unito non si sta impegnando pienamente nelle trattative e che non è tecnicamente pronto ad affrontarle, confermando un sospetto che da tempo circola nei palazzi della Commissione Europea.

La situazione è inoltre resa più complessa dal fatto che neanche sugli altri punti sono stati fatti sostanziali passi avanti, infatti non è stata trovata nessuna soluzione soddisfacente che eviti un confine rigido tra Irlanda del Nord e Repubblica d’Irlanda, mentre rimangono ancora distanti le posizioni sui diritti dei cittadini. Su quest’ultima questione in particolare sono emersi nuovi dissidi: da un lato i negoziatori europei ritengono offensiva la richiesta britannica di effettuare un controllo generalizzato della fedina penale di ogni singolo cittadino europeo che faccia richiesta per poter rimanere nel Regno Unito (è importante sottolineare che i negoziatori europei accettano che chi abbia gravi precedenti penali non possa applicare per restare nel Regno Unito, però ritengono che i controlli non possano essere svolti in maniera indiscriminata, ma debbano essere effettuati solo quando ci sono motivi di sospetto); dall’altro lato i negoziatori britannici non trovano soddisfacente la proposta europea secondo la quale i cittadini britannici che già vivono nel Regno Unito avrebbero la possibilità di continuare a vivere solo nello Stato europeo in cui già risiedono, perdendo invece il diritto di muoversi liberamente all’interno dell’intera Unione Europea (proposta che in effetti contraddice il principio, sostenuto dai negoziatori europei, secondo cui il nuovo quadro legale dovrebbe essere il più simile possibile a quello attuale).

Si esce quindi da questo round negoziale con molta incertezza, molta più di quanto non ce ne fosse una settimana fa. Una sola cosa è certa, purtroppo: sarà quasi impossibile rispettare la tabella di marcia ipotizzata inizialmente, che prevedeva di superare entro ottobre la prima fase dei negoziati, per iniziare a parlare del futuro quadro di relazioni già negli ultimi mesi del 2017. E questo ritardo rende sempre più drammaticamente realistica la possibilità di una fuoriuscita senza accordo.

 



ALESSIA MOSCA
Membro del parlamento europeo