Brexit Weekly Update: Scozia, Irlanda e Gibilterra

10 aprile 2017 0 commenti

Per mesi, dopo il referendum sulla Brexit, ci si è chiesti se la fuoriuscita del Regno Unito potesse segnare l’inizio di un processo di smantellamento dell’Unione Europea. È un rischio che certo esiste ancora (anche per questo guardiamo con attenzione alle elezioni francesi che ci saranno a fine mese), ma possiamo dire con sicurezza che oggi, paradossalmente, l’Europa è più unita di un anno fa: mercoledì scorso, durante la sessione plenaria del Parlamento, abbiamo visto che le istituzioni europee, spesso litigiose tra loro, si preparano ai negoziati col Regno Unito con una posizione fortemente condivisa e il 25 marzo, a Roma, i Capi di Stato dei Paesi Membri hanno firmato una dichiarazione congiunta sul futuro dell’Europa.

Nel momento di più grande difficoltà della sua storia, l’Unione Europea sembra stare cercando la forza e la volontà politica di restare compatta.

Un altro scenario si sta, dunque, delineando negli ultimi tempi: e se con la Brexit fosse, invece, il Regno Unito a sgretolarsi? Infatti, anche in conseguenza della linea dura adottata da Theresa May, stanno aumentando le spinte separatiste in Scozia e in Irlanda del Nord.

La Scozia è il territorio che con più decisione spinge per un divorzio da Londra: a fine marzo il Parlamento scozzese ha, infatti, votato la richiesta di un nuovo referendum per l’indipendenza, da tenersi tra l’autunno 2018 e la primavera 2019. L’autorità di indire un nuovo referendum è, però, tutto nelle mani della Prima Ministra britannica Theresa May, che si è già detta contraria e ha annunciato di non voler aprire un nuovo fronte di incertezza in un periodo tanto delicato per il Regno Unito.

Ma è anche vero che Theresa May, nonostante abbia dalla sua il potere formale di concedere o negare un nuovo referendum, non potrà opporsi se le pressioni politiche si manterranno alte. E tutti i segnali dicono che col passare dei mesi le spinte secessioniste aumenteranno invece di placarsi: la Prima Ministra britannica Nicola Sturgeon è impegnata in una serie di visite istituzionali nei vari Paesi europei per guadagnare alleati alla propria causa e ha già ottenuto che la Spagna (particolarmente dura sul tema indipendenza per via della situazione in Catalogna) non porrà il veto sull’eventuale adesione di una Scozia indipendente all’Unione Europea.

La situazione irlandese è meno definita ma ben più pericolosa. Infatti, a partire dagli anni ’60, l’Irlanda del Nord ha vissuto infatti trent’anni di guerra a bassa intensità (che hanno causato più di 3000 morti) tra nazionalisti irlandesi cattolici e lealisti al Regno Unito protestanti. Il processo di pace e riconciliazione si è avviato solo nel 1998, con l’Accordo del Venerdì Santo, che tra le altre cose ha previsto l’eliminazione dei controlli alla frontiera tra Repubblica d’Irlanda e Irlanda del Nord. Con la fuoriuscita del Regno Unito dall’Unione Europea questi controlli rischiano di essere reintrodotti riaccendendo tensioni latenti nella regione. Sia il Regno Unito sia l’Unione Europea hanno inserito tra le proprie priorità in sede di negoziati una soluzione per la questione irlandese, ma non sarà facile dal momento che le difficoltà tecniche sono enormi (legate in gran parte ai controlli necessari per il commercio). Stanno aumentando quindi le spinte per un referendum sulla riunificazione tra l’Irlanda del Nord la Repubblica d’Irlanda: una richiesta in questa direzione è arrivata dal principale partito nazionalista irlandese, il Sinn Féin, attivo sia in Irlanda del Nord che in Repubblica d’Irlanda. Non è ancora chiaro come si evolverà la situazione, ma visto il suo potenziale esplosivo sarà bene seguirla con attenzione.

Resta però una differenza importante tra la situazione della Scozia e quella dell’Irlanda del Nord per quanto riguarda i rapporti con l’Unione Europea: una Scozia indipendente si ritroverebbe fuori dall’Unione Europea e dovrebbe fare domanda di adesione (un percorso che può durare anni), mentre l’Irlanda del Nord, in caso di riunificazione con la Repubblica d’Irlanda si ritroverebbe immediatamente parte dell’Unione Europea (come successo alla Germania dell’Est dopo la riunificazione tedesca).

Un terzo argomento, sempre riguardante l’integrità territoriale del Regno Unito, ha però dominato il dibattito dell’ultima settimana: si tratta della questione di Gibilterra.

Gibilterra è una piccola rocca che si trova nella penisola spagnola, ma appartiene al Regno Unito dal 1713. La Spagna rivendica da sempre (anche se non con molta forza) un certo controllo su Gibilterra, soprattutto perché il territorio ha condizioni fiscali molto favorevoli e di fatto esercita una concorrenza sleale sulle città spagnole con cui confina; tuttavia gli abitanti di Gibilterra in due referendum indetti nel 1967 e nel 2002 hanno votato con oltre il 98% dei voti per rimanere una dipendenza britannica.

Anche se al referendum sulla Brexit Gibilterra ha votato al 95% per rimanere nell’Unione Europea, lo status di questo territorio non sembrava una questione particolarmente delicata. Le cose sono però cambiate quando sono state pubblicate le linee guide del Consiglio Europeo per le trattative col Regno Unito: al punto 22 si chiede che nessuno accordo raggiunto tra Unione Europea e Regno Unito si possa applicare a Gibilterra senza il consenso della Spagna.

Questa richiesta è stata vista come un attacco alla sovranità britannica e ha infiammato il dibattito pubblico nel Regno Unito. La dichiarazione più spinta è arrivata da Michel Howard, leader del Partito Conservatore tra il 2003 e il 2005, che ha addirittura prospettato un intervento militare per difendere la sovranità su Gibilterra (come il Regno Unito già fece nel 1982 contro l’Argentina per la difesa delle isole Falkland). Il Governo Britannico ha dovuto smentire che siano previsti piani in tal senso, ma questa dichiarazione ha contribuito a peggiorare i rapporti tra Regno Unito e il resto dei Paesi europei, già tesi a causa dell’inizio dei negoziati. Fortunatamente la reazione spagnola è stata molto pacata: il Ministro degli Esteri spagnolo si è limitato a invitare la Gran Bretagna a non perdere la calma, mentre il Primo Ministro Spagnolo ha addirittura evitato di citare la questione di Gibilterra in un discorso pubblico riguardante le priorità spagnole per i negoziati sulla Brexit.



ALESSIA MOSCA
Membro del parlamento europeo