Brexit: aggiornamenti e stato del dibattito

27 febbraio 2017 0 commenti

 

Come raccontato settimana scorsa, l’8 febbraio la Camera dei Comuni ha approvato in terza e ultima lettura il progetto di legge che autorizza il governo di Theresa May ad avviare i negoziati formali per la Brexit. In attesa che il testo passi definitamente alla Camera dei Lord, abbiamo assistito in questi giorni a un acceso dibattito.

 

Corbyn e la difficile posizione laburista sulla Brexit

 

Il primo a esprimersi dopo il voto dell’8 febbraio è stato Jeremy Corbyn, scrivendo su Twitter che «la vera battaglia inizia ora». La sua dichiarazione ha ricevuto commenti molto duri: sono in molti a criticare Corbyn sia per non aver sostenuto con abbastanza vigore il Remain durante la campagna referendaria sia per aver dato indicazione ai propri deputati di votare a favore del testo proposto da Theresa May alla Camera nonostante nessun emendamento laburista fosse stato accettato, firmando così di fatto un assegno in bianco ai conservatori.

 

 

In realtà, diverse testate e opinionisti ritengono che tutto il Parlamento si sia dimostrato troppo debole, che avrebbe dovuto ritagliarsi un ruolo nelle trattative e alcuni arrivano anche a chiedere che il Parlamento proponga un secondo referendum, alla fine del negoziato, perché i cittadini possano approvarne o rifiutarne i termini.

 

 

Infine nel Partito Laburista si è aperto un nuovo scontro: Tony Blair, andando apertamente contro la linea di Corbyn, ha lanciato un appello a tutti gli europeisti britannici per «sollevarsi per ciò in cui crediamo». Blair ha dichiarato che nei prossimi mesi si impegnerà in una campagna d’informazione sugli effetti negativi della Brexit e in una campagna politica per chiedere un secondo referendum alla fine delle trattative.

 

Ma, come sottolinea Politico, il discorso di Blair ha suscitato molto più interesse negli altri Paesi europei che in Gran Bretagna, dove l’ex-Premier è ormai ai margini del dibattito pubblico. Tanti commentatori inglesi hanno visto in questa uscita più una mossa tattica che l’inizio di un percorso di riflessione diverso e sono quindi scettici.

 

 

La Scozia non si rassegna a una decisione che non ha preso

 

Se il Parlamento del Regno Unito e i laburisti inglesi mantengono un approccio conciliante con la Prima Ministra Theresa May, è invece decisamente dura la linea del Parlamento Scozzese (il cosiddetto Holyrood): nei giorni scorsi esso si è, infatti, nuovamente espresso contro l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, con un voto che però è stato più che altro simbolico dal momento che la Corte Suprema ha stabilito che i Parlamenti locali non hanno diritto di veto su questa decisione.

 

Il Parlamento scozzese, consapevole di non avere strumenti per fermare realmente la Brexit, ha inoltre chiesto di poter rimanere parte del Mercato Unico Europeo anche nel caso il resto del Regno Unito ne uscisse. Difficilmente però la proposta potrà essere accettata perché si scontra con enormi problemi di carattere tecnico (in particolare il rischio è che la Scozia si trasformi in una porta sul retro dalla quale il Regno Unito potrebbe continuare ad accedere al mercato comunitario).  Ma questo potrebbe creare ulteriori tensioni in Scozia, dove si torna a parlare con sempre più insistenza di un secondo referendum sull’indipendenza dal Regno Unito, specialmente dopo che Theresa May ha deciso di optare per una hard Brexit.

 

Le reazioni internazionali: l'Italia e l'Europa

 

Per passare alle reazioni degli attori internazionali, nelle ultime settimane diversi esponenti di primo piano si sono esposti pubblicamente. Il Premier italiano Paolo Gentiloni si è recato in visita ufficiale nel Regno Unito e, durante una conferenza stampa congiunta con Theresa May, ha dichiarato che quello sulla Brexit «non sarà un negoziato semplice, ma dobbiamo affrontarlo in modo amichevole e costruttivo: nessuno ha interesse a un negoziato distruttivo».

 

 

 

Più dure sono state invece le parole di Juncker: «sulle conseguenze della Brexit, siamo d’accordo che il nuovo regime non dovrà essere altrettanto vantaggioso». Juncker ha inoltre velatamente accusato il Regno Unito di tentare di creare fratture all’interno dell’Unione Europea facendo varie promesse ai diversi Paesi membri.

 

 

Su una linea ancora più conflittuale si è posto infine Verhofstadt, capo negoziatore per la Brexit a nome del Parlamento Europeo; andando contro le aspettative espresse da Theresa May nel libro bianco, Verhofstadt ha infatti sostenuto che non sarà possibile per il Regno Unito né sottrarsi già fin dal 2019 alla giurisdizione della Corte di giustizia dell’Unione Europea né concludere un accordo di libero scambio con l’Unione Europea prima di aver formalmente concluso il divorzio con essa, in quanto i tempi tecnici non lo permettono.

 

 

La UE presenta un conto salato

 

Ma questa settimana si è presentata sul tavolo una questione che più rischia di mettere a repentaglio le trattative ancora prima che esse comincino: la Commissione europea ha infatti fatto sapere che il Regno Unito, se vorrà separarsi dall’Unione Europea, dovrà pagare una cifra che oscilla tra i 40 e i 60 miliardi di euro. La Commissione si aspetta infatti che il Regno Unito, anche in caso di uscita dall’Unione Europea nel 2019, rispetti tutti gli impegni finanziari assunti all’interno del Quadro Finanziario Pluriennale 2014-2020 e del progetto Orizzonte 2020. Il Regno Unito non sembra intenzionato ad accettare questa richiesta, ma ci si aspetta che gli Stati membri dell’Unione Europea manterranno una linea comune su questo punto: rinunciare a parte di questa cifra significherebbe infatti o che gli Stati più poveri riceverebbero dall’Unione Europei meno fondi di quelli preventivati o che gli Stati più ricchi dovrebbero intervenire per riempire il buco di bilancio che si verrebbe a creare.

 

 

 



ALESSIA MOSCA
Membro del parlamento europeo