A call to empower women in trade (Borderlex)

giovedì 01 gennaio 1970

Traduzione: A inizio novembre con la mia collega, l'eurodeputata spagnola Inmaculada Rodrìguez-Piñero, abbiamo lanciato un progetto sulle donne che si occupano di commercio. Durante l'evento tenutosi quel giorno al parlamento europeo dal titolo “Trade impacts on gender equality” (Gli effetti del commercio sulla parità di genere), siamo rimaste positivamente sorprese nel trovare tale e tanto interesse per il tema a partire da tutti i presenti all'iniziativa. La politica commerciale si fonda sull'assunto che sia le sue strategie di controllo e gestione che la sua apertura non implichino differenze di genere. Tuttavia, uomini e donne hanno ruoli economici e sociali diversi e un diverso accesso e controllo delle risorse dovuti a fattori sociologici, culturali, politici ed economici: questo significa che, necessariamente, anche gli scambi commerciali hanno un impatto diverso a seconda del genere. Dobbiamo anche tenere presente che non possiamo trattare le donne considerandole come fossero un blocco unico. Prima di tutto, nei paesi cosiddetti sviluppati e in quelli in via di sviluppo le donne si confrontano con situazioni totalmente differenti e non possono essere considerate appartenenti a uno stesso gruppo. Secondariamente è necessario analizzare gli effetti settore per settore. Le prove a disposizione mostrano che la liberalizzazione del commercio non offre automaticamente un aumento di opportunità di lavoro per le donne, dato che, allo stesso modo, l'occupazione è strettamente legata ai settori che si espandono o contraggono in ciascun Paese considerato. Per esempio, nelle aree in via di sviluppo le donne sono spesso impiegate nel settore agricolo, un accordo commerciale che penalizzi questo ambito, allora, può indirettamente penalizzarle maggiormente rispetto agli uomini. In terza istanza, non si tratta solo della questione occupazionale; il commercio moderno implica e include anche i servizi e sappiamo che le prime utilizzatrici di servizi pubblici sono proprio le donne. La liberalizzazione dei servizi potrebbe migliorare la qualità dell'offerta degli stessi, ma resta alto il rischio che la privatizzazione dei servizi pubblici possa renderli convenienti solo per una piccola parte di società. Cosicché sarebbe più facile che le donne che maggiormente ne hanno necessità (basti pensare ai servizi di cura per i bambini e gli anziani, ma anche quanto è assistenza sanitaria), restino escluse dall'offerta di questi servizi, e vedano, così, addirittura peggiorare la loro situazione. Ancora: le donne sono già svantaggiate, in confronto agli uomini, quando si parla di imprenditorialità. Come produttori indipendenti infatti, spesso si confrontano con maggiori limitazioni in termini di accesso alle infrastrutture e ai patrimoni produttivi. Come risultato, avviene che frequentemente restino confinate a realtà di piccole dimensioni e su mercati locali. Questo significa che possono beneficiare meno della liberalizzazione del commercio, perché spesso guidano aziende troppo piccole per avere il peso e la forza di attivare canali di esportazione. Per tutte queste ragioni è essenziale che sia presa in considerazione una prospettiva di genere in ogni accordo commerciale e, più in generale, nella politica commerciale europea complessiva. Abbiamo bisogno di prendere misure appropriate per compensare i potenziali effetti collaterali del commercio che incidono negativamente sulle donne e per far sì, quindi, che diventi un'opportunità e non un pericolo. Di certo, la commissione Commercio internazionale (INTA) del parlamento europeo in questo può giocare un ruolo importante. Ci siamo rese conto che questo è un momento molto importante per iniziare a cambiare le cose. Basti solo ricordare come la commissaria Malmström ha dimostrato di essere impegnata su questo tema; o che i membri dell'Organizzazione mondiale del commercio hanno introdotto per la prima volta una prospettiva di genere nelle loro discussioni lo scorso anno e l'International Trade Center (Centro per il Commercio Internazionale) di Ginevra si sia mobilitato in questo senso . Sono convinta che questo sia il momento in cui possiamo tutti lavorare insieme per fare del commercio uno strumento di emancipazione delle donne di tutto il mondo.