Uzbekistan: il caso del lavoro minorile e il soft power europeo

venerdì 17 marzo 2017

Negli ultimi anni, l’attenzione mediatica sulla politica commerciale europea è cresciuta notevolmente. Il CETA, l’accordo fra Ue e Canada, e il TTIP, i negoziati con gli Stati Uniti, hanno riempito le pagine della stampa specializzata e sono riusciti a conquistare titoli sensazionalisti sui principali quotidiani europei. L’attenzione dei cittadini e della società civile su una materia trascurata nel passato è sempre una buona notizia. Il dibattito, però, si è da subito caratterizzato per posizioni massimaliste e un alto grado di polarizzazione delle forze politiche.

Dalle due diverse barricate, i partiti, le associazioni dei produttori, i sindacati e le ONG hanno iniziato a lanciare slogan che, semplificando eccessivamente, hanno descritto due realtà radicalmente diverse che, a seconda della posizione, hanno demonizzato o, al contrario, posto sull’altare la globalizzazione. Spiace, quindi, che i media si siano concentrati solo su questi temi fortemente divisi e abbiano, così, dimenticato un ambito fondamentale della politica commerciale europea: la strategia in sostegno ai paesi in via di sviluppo.


Il trattato sul funzionamento dell’Unione europea, modificato da ultimo dal trattato di Lisbona, lega la strategia commerciale europea agli obiettivi di politica estera e, in particolare, allo sviluppo sostenibile e all’eradicazione della povertà. Ho avuto modo di aggiornarvi sui diversi programmi in materia, dai partenariati economici con i Paesi del Pacifico, Africa e Caraibi con un passato coloniale (EPA) alle preferenze commerciali concesse alle nazioni in via di sviluppo (GSP, GSP+, EBA). Tutti questi accordi si basano su un concetto molto semplice: l’Ue riconosce un regime di accesso preferenziale al mercato unico condizionandolo a un piano di cooperazione e riforme in materia di diritti umani, del lavoro e ambiente.
 
Il caso Uzbeco
 
Durante la procedura di ratifica dell’accordo generalizzato di preferenze (GSP) fra l’Unione europea e l’Uzbekistan, il Parlamento europeo, nel 2011, è intervenuto congelando il protocollo che avrebbe riconosciuto un regime preferenziale per i tessuti e, in particolare, il cotone.


Il cotone, con il 10% delle esportazioni mondiali, rappresenta per l’Uzbekistan il 17% del PIL annuale e una fonte di sostentamento fondamentale per l’intero Paese. La nazione centroasiatica si classifica, infatti, come il sesto produttore a livello globale. L’Uzbekistan è il primo importatore in Belgio e il secondo per Germania e Italia. Inoltre, considerando la complessa struttura delle catene di approvvigionamento, il cotone uzbeco è il principale input di produzione per le industrie tessili turche che riforniscono i negozi europei con i loro capi d’abbigliamento. E’ chiaro, quindi, come un regime preferenziale avrebbe garantito al Paese un’importante fonte di crescita economica. Il Parlamento europeo, facendosi portavoce delle preoccupazioni della società civile, ha posto il suo veto a causa delle grave violazioni dei diritti umani e, in particolare, in materia di lavoro minorile.


Durante la stagione del raccolto, infatti, il Governo uzbeko, che controlla le diverse attività legate al settore, ricorreva, a partire dal compimento dell’undicesimo anno di età, al lavoro forzato dei minori, imponendo persino la chiusura delle scuole. Il Parlamento, capofila nella battaglia per una globalizzazione più umana e per un commercio fondato su regole e diritti comuni, non poteva chiudere gli occhi di fronte a una situazione così grave. L’Assemblea di Strasburgo ha, quindi, chiesto e ottenuto il condizionamento delle preferenze commerciali a un sostanziale miglioramento nel rispetto dei diritti umani da parte del Governo locale. Nella risoluzione del 2011, gli eurodeputati hanno, quindi, posto le condizioni minime per poter riconsiderare il proprio voto sul protocollo. In particolare, il Parlamento, identificando l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) come partner sul campo, ha auspicato una maggiore cooperazione da parte del governo di Tashkent, soprattutto per garantire un effettivo controllo e monitoraggio nei campi e nelle fattorie. La voce dell’Ue, rappresentando un mercato di cinquecento milioni di consumatori, non poteva che essere ascoltata. L’OIL ha, quindi, ottenuto il diritto di ispezione, mappato i centri produttivi e valutato la situazione dei diritti.


Tramite il sostegno finanziario congiunto della Banca Mondiale, l’OIL e l’Ue hanno avviato una fase di riforme del lavoro che, gradualmente, hanno migliorato l’ambiente legislativo e garantito una migliore implementazione delle misure esistenti. La strategia ha anche permesso un maggiore coinvolgimento della società civile. I sindacati, per la prima volta, hanno avuto accesso a un tavolo negoziale e i loro rappresentanti hanno, da allora, goduto di maggiori tutele.

I problemi permangono: l’Uzbekistan è, infatti, guidato da un regime repressivo e i casi di lavoro forzato, pur essendo in diminuzione, sono ancora una realtà. La morte di Islam Karimov, leader del Paese dall’indipendenza dall’Unione Sovietica, potrebbe avviare il Paese a una nuova fase.


In ogni caso, nel 2015, l’OIL ha riconosciuto e certificato l’abolizione del lavoro minorile. Nella relazione, infatti, si legge che “il ricorso al lavoro dei minori nella raccolta del cotone è diventato raro, sporadico e socialmente inaccettabile”. Con il fine di riconoscere l’impegno uzbeko e continuare sulla strada della cooperazione, il Parlamento europeo, a dicembre 2016, ha ratificato il protocollo tessile e, quindi, concesso condizioni migliori per i produttori locali. La situazione è lontana dall’essere rosea ma il voto ha sanzionato un effettivo passo avanti compiuto dall’Uzbekistan. Con la risoluzione, abbiamo, inoltre, chiarito che il voto non sarà da considerarsi come un assegno in bianco e che cooperazione e monitoraggio, lontani dalla conclusione, dovranno essere rafforzati. La struttura di questi programmi per lo sviluppo prevede, infatti, un piano d’azione progressivo, una strategia di sostegno passo dopo passo. Lo scenario non è semplificabile nelle sole tonalità del nero e del bianco. Con il nostro voto, per questa volta, abbiamo deciso di vedere il bicchiere mezzo pieno.


Il Parlamento, con il proprio voto contrario nel 2011 e con il cambio di passo del 2016 ha dimostrato come la politica commerciale europea possa essere strumento di sviluppo e persuasione. L’eradicazione del lavoro minorile in Uzbekistan è solo un esempio di questa strategia di successo e ci ricorda come l’Ue, se unita, possa essere motore di cambiamento e attore globale.








ALESSIA MOSCA
Membro del parlamento europeo