Strategia per il Mercato Unico Digitale: un primo bilancio

venerdì 12 maggio 2017

Nel maggio 2015 la Commissione Europea aveva lanciato una strategia per il Mercato Unico Digitale in Europa. A due anni di distanza, è stata presentata mercoledì scorso una valutazione di quanto fatto finora e di quanto c’è ancora da fare nei prossimi due anni che ci separano dalle elezioni europee del 2019.

L’impostazione complessiva della strategia e della sua valutazione è buona: si parte sottolineando come in passato le rivoluzioni tecnologiche abbiano avuto impatti positivi sulla qualità della vita, sulla crescita economica e sull’occupazione e si evidenzia che anche la rivoluzione digitale ha le potenzialità per raggiungere gli stessi risultati, nonostante, ovviamente, ci siano sfide da affrontare.

I cittadini europei sembrano condividere questo misto di entusiasmo e preoccupazione: gli ultimi dati dicono infatti che circa due terzi dei cittadini europei pensa che le recenti tecnologie digitali abbiano un impatto positivo sulle loro vite, ma la maggioranza chiede anche maggiori sforzi da parte dell’Unione Europea e dei Singoli Stati per affrontare i problemi che stanno emergendo.

Non avrebbe senso negare che la rivoluzione digitale sta trascinando con sé diverse criticità. Ma anche in passato problemi sono sempre emersi ogni volta che si è assistito a grandi cambiamenti. E i cambiamenti che si aspettano sono davvero enormi. Sembra difficile immaginarlo, ma nel giro di pochi anni (meno di un decennio) tanti aspetti della nostra vita quotidiana potrebbero essere totalmente innovati. Parlando solo di quelli affrontati dalla Commissione nella sua valutazione:

- nel settore dei trasporti, si sta lavorando alle vetture senza conducente, capaci di individuare i percorsi migliori e di organizzare il traffico in modo razionale, riducendo così ingorghi, incidenti e emissioni di gas serra, con risvolti positivi per qualità della vita, ambiente e economia.

- nel settore della sanità, la raccolta e l’analisi di sempre più dati clinici dei pazienti permetterà di passare da un modello incentrato sugli ospedali a un modello incentrato sulla peculiarità clinica di ogni singolo paziente. Questo permetterebbe di aumentare l’efficacia di diagnosi e cure e di garantire la sostenibilità economica del settore sanitario, aspetto sempre più importanti con l’aumentare dell’aspettativa di vita.

- nel settore dell’energia, la raccolta dei dati permetterebbe un monitoraggio costante dei consumi, permettendo di ridurre gli sprechi e di intervenire rapidamente dove si riscontrino problemi di povertà energetica (vale a dire la difficoltà di accedere a fonti di energie per problemi economici); di nuovo questo avrebbe importanti riscontri dal punto di vista sociale, ambientale ed economico.

- nella pubblica amministrazione, la digitalizzazione delle procedure permetterebbe di risparmiare più di cinque miliardi di euro l’anno, oltre che di evitare code agli sportelli.

Queste sono le sfide che sicuramente ci attendono ma, come ricorda bene la Commissione Europea, non c’è niente di inevitabile nell’impatto che le tecnologie digitali avranno sulle nostre vite. Sta alla politica scegliere cosa fare: si può tentare una chiusura anacronistica, si può abbracciare acriticamente tutto quello che sembra brillare di innovazione o si può guardare al futuro cercando un cambiamento che sia in linea coi nostri valori e le nostre aspettative. La strada che io intendo percorrere è ovviamente la terza, come d’altronde ho sempre cercato di fare nel mio lavoro, anche per quanto riguarda i temi di cui mi occupo maggiormente, come il commercio internazionale e la globalizzazione.

Proprio per questa ragione bisogna prestare molta attenzione alle regole che vogliamo utilizzare per costruire la nuova società digitale. Il problema non è solo dove vogliamo arrivare ma come vogliamo arrivarci, attraverso quale percorso ed è qui che invece emergono perplessità sulla valutazione proposta dalla Commissione.

La Commissione infatti afferma che l’obiettivo è creare una società digitale in cui i cittadini si sentono protetti e le industrie sono messe nelle condizioni di innovare. È un obiettivo ovviamente condivisibile, ma è talmente vago da significare ben poco. Il problema della buona politica non è infatti dire che bisogna trovare un equilibrio tra interessi diversi, ma dire come si trova questo equilibrio.

E allora la Commissione ha ragione quando individua i punti da affrontare, ma ha torto quando sembra affermare, entusiasta, che su di essi si è già raggiunto un buon equilibrio.

Prendiamo le questioni più dibattute, come la privacy online, la gestione e il flusso dei dati (personali e non), la cybersecurity e il diritto d’autore. La Commissione ha ragione a dire che su questi temi si gioca da un lato la fiducia dei cittadini nei confronti del mondo digitale e dall’altro la capacità delle imprese di innovare, ma ha torto a celebrare quanto fatto finora. Troppo spesso infatti su questi temi c’è stato un compromesso al ribasso che ha finito per scontentare tutti, sia i cittadini, che non si sentono più protetti e sicuri, sia le imprese (soprattutto PMI e start-up) che si ritrovano a dover seguire regole complesse e a volte poco chiare.

Il lavoro da fare è ancora lungo e il Parlamento continuerà a vigilare per migliorare le proposte della Commissione. Ma dobbiamo ricordare che, di fronte a grandi sfide, bisogna avere progetti ambiziosi, che nascano da un dialogo continuo con rappresentanti di consumatori e aziende. Accontentarci di quanto fatto finora non può che farci tornare indietro.








ALESSIA MOSCA
Membro del parlamento europeo