Mutilazioni Genitali Femminili: il reportage UNCUT in Parlamento

venerdì 05 maggio 2017

“Ho 6 figlie femmine: nessuna di loro è stata infibulata perché io ancora ricordo il mio dolore. Anche se me lo chiedessero loro, io non le ascolterei. Ora so cosa significa e decido di testa mia”

UNCUT è un reportage sulle mutilazioni genitali femminili (FGM) curato dall’associazione Zona e coprodotto da ActionAid NGO: un documentario ideato per il web da Emanuela Zuccalà con l’obiettivo di diffondere consapevolezza riguardo una pratica irrispettosa e dolorosa attraverso una trama intessuta con testi, foto e video tra loro interconnessi.

È stato pubblicato per la prima volta il 6 febbraio 2016, data che corrisponde alla Giornata internazionale sulla tolleranza zero per le mutilazioni genitali femminili voluta da Stella Obasanjo, moglie dell’ex presidente nigeriano Olusegun Obasanjo, in concomitanza alla conclusione di una campagna di sensibilizzazione iniziata con la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne del 25 novembre 2015, attraverso tre canali corrispondenti a tre affermati media europei: Corriere della Sera, El Pais, Worldcrunch.

UNCUT affronta il concetto di integrità da due prospettive tra loro opposte: per la società locale la mutilazione permettono alla donna di rimanere integra moralmente, ma questo status sociale viene riconosciuto solo attraverso una  perdita dell’integrità fisica poiché il corpo viene a tutti gli effetti deturpato per sempre.

Le protagoniste di questo progetto giornalistico multimediale sono donne che si sono opposte all’infibulazione in tre diversi Paesi: Kenya, Etiopia e Somaliland. Da oltre 40 anni, le donne africane combattono per riappropriarsi del proprio corpo, rischiando l’esclusione sociale. Spesso loro stesse non si riconoscono nel termine “mutilazione” dato il suo forte connotato negativo che indica chiaramente una menomazione. Secondo l’Unicef, per molte donne l’infibulazione è una regola sociale radicata talmente in profondità da non poter essere superata: il Paese con il maggior consenso verso le FGM è la Guinea, dove l’81%  delle donne ritiene che tale pratica debba continuare. Seguono il Mali con l’80%, la Sierra Leone con il 74%, il Gambia con il 72% e la Somalia con il 33%.

 

La mutilazione genitale femminile

 

La procedura consiste nel tagliare il clitoride e le piccole labbra e ricucire l’incisione lasciando una piccola apertura necessaria per il passaggio dell’urina e del ciclo mestruale. Generalmente, l’operazione avviene lontano dal villaggio così da nascondere le urla di dolore: una donna della famiglia tiene ferma la bambina, mentre un’altra persona è pagata per effettuare il “taglio”.
Per quanto riguarda la salute delle ragazze infibulate, le conseguenze  negative vanno dai dolori mestruali molto forti a infezioni ai reni, fino a complicazioni durante la gravidanza o il parto, che possono condurre alla morte.

Secondo la tradizione, la mutilazione genitale serve a “purificare” le donne dalla propria femminilità. In sostanza, si tratta di diminuire la loro sensibilità sessuale nella convinzione che ciò sia una garanzia della fedeltà della propria sposa.

Per più di 200 milioni di donne nel mondo, questa pratica ha segnato il passaggio dall’infanzia all’età adulta: le naturali conseguenze sono la sottomissione della donna all’uomo, matrimoni precoci, l’abbandono degli studi e, in sostanza, l’esclusione dalla vita economica e sociale, generando un circolo vizioso che ha come risultato principale il sottosviluppo.


Contrariamente a quanto spesso si pensa, l’infibulazione non ha niente a che fare con la religione, tanto che il Consiglio supremo dell’Università Al-Azhar del Cairo nel 2006 ha dichiarato le mutilazioni genitali estranee alla sharia islamica.
L’atto della mutilazione è, in realtà, solo un precetto sociale, che vuole rimarcare l’ineguaglianza tra uomo e donna e l’impossibilità di quest’ultima di poter essere realmente padrona della propria vita sessuale.

 


Alcuni dati

 


Secondo i dati riportati dall’Organizzazione mondiale della sanità, oggi sono 200 milioni le donne sottoposte alla mutilazione. Inoltre, l’Egitto risulta la capitale mondiale delle FGM con 27,2 milioni di vittime.

L’Unicef  ci ricorda che le mutilazioni genitali femminili sono ancora una realtà in 30 Paesi del mondo, di cui 27 africani. Negli anni Settanta, Edna Adan è stata la prima donna del Corno d’Africa a denunciare le conseguenze delle FGM poiché, prima di allora, nessuna donna aveva mai parlato di sessualità in pubblico. Oggi, però, la mutilazione genitale femminile non può essere considerata un problema solamente africano: 170mila le vittime stimate nel Regno Unito, 42mila in Svezia e fino a 35mila nel nostro Paese, l’Italia.
Secondo il Parlamento europeo, 180mila ragazze sono ancora a rischio mutilazione e 500mila donne migranti presentano una ferita che non solo rischia di compromettere la loro salute, ma anche l’integrazione culturale.

È evidente, dunque, che le mutilazioni genitali femminili riguardano anche bambine e donne migranti che vivono in Europa. AFTER è un progetto della durata di due anni, promosso anche da ActionAid Italia, che vuole combattere questa forma di violenza attraverso la sensibilizzazione al problema in Europa e percorsi di empowerment per le donne, nel tentativo di ridurre il numero delle ragazze a rischi FGM. AFTER è finanziato dal Programma Diritti, Uguaglianza e Cittadinanza dell’Unione Europea ed è implementato in 5 stati membri della UE, ossia Italia, Spagna, Belgio, Svezia e Irlanda.









ALESSIA MOSCA
Membro del parlamento europeo