La parità di genere al World Economic Forum

giovedì 02 febbraio 2017

Il World Economic Forum, conosciuto anche come Forum di Davos, è una fondazione nata nel 1971 per iniziativa dell'economista ed accademico Klaus Schwab.

 

La fondazione organizza ogni inverno, presso la cittadina di Davos, in Svizzera, un evento di tre giorni che vede la partecipazione di esponenti di primo piano della politica e dell’economia internazionale, per discutere i temi più rilevanti e attuali della scena globale e del nostro futuro. Si può affermare, senza esagerare, che gli argomenti trattati a Davos costituiscono l’agenda della politica e dell’economia mondiale per i mesi successivi.

 

La fondazione pubblica anche studi e ricerche di riconosciuto interesse, tra cui, dal 2006, il Global Gender Gap Report: si tratta di un indice che misura la disuguaglianza di genere in 144 Paesi, basandosi su molti parametri di tipo politico, economico e sociale. Questi parametri sono raggruppati in quattro aree più ampie:

 

·      Economic participation and opportunity: dati sui salari, sulla partecipazione al mercato del lavoro e sull’accesso all’occupazione altamente qualificata

·      Educational attainment: dati sull’accesso a livelli di istruzione base e superiori

·      Political empowerment: dati sulla rappresentazione femminile nelle istituzioni e negli organi pubblici di presa di decisione

·      Health and survival: dati sull’aspettativa di vita e sulle condizioni di salute.

 

Il fatto che uno dei principali forum economici mondiali dedichi così tante risorse e attenzione a un tema raramente considerato da governi e media nazionali racconta molto: non si tratta “solamente” di un tema di giustizia sociale ma, evidentemente, di rilevanza economica.

 

Nel programma di quest’anno ci sono stati due panel specificatamente incentrati su domande afferenti all’uguaglianza di genere: Can women have it all? e Disrupting the status quo of gender roles, quest’ultimo ha avuto tra i relatori Christine Lagarde, Managing Director del Fondo Monetario Internazionale. Entrambi sono stati momenti di confronto molto interessanti, anche per comprendere quanto parcellizzato sia il fronte di chi lotta per la parità di genere.

 

Il sito offre una sezione dedicata alla Gender Parity dove vengono pubblicati articoli e approfondimenti su questo tema. Consiglio la lettura, tra gli altri, dell’articolo Women’s economic empowerment is the right thing to do. What’s stopping us?, il quale parte da dati che sembrano non lasciare alcuno spazio a obiezioni contro politiche volte a migliorare la parità di genere. Lo sviluppo umano e i guadagni economici che derivano dall’empowerment femminile, si legge, sono sostanziali: migliorare la parità di genere di un Paese comporta un migliore sistema di istruzione e di sanità, livelli di reddito pro capite più elevati, una crescita economica più veloce e inclusiva e una maggiore competitività internazionale.

Dal punto di vista del business, oramai sono molti gli studi che hanno indagato il legame tra una maggiore diversity all’interno delle aziende (in modo particolare ai vertici) e le performance, provando una correlazione.

Anche nella società la situazione è tendenzialmente in miglioramento, prendiamo ad esempio l’istruzione: più del 90 per cento delle ragazze nel mondo ora finiscono la scuola primaria e nella maggior parte delle regioni le donne laureate sono in numero maggiore rispetto agli uomini.

Eppure, nonostante queste conquiste e i dati oggettivi, le disuguaglianze tra donne e uomini, specialmente sul lavoro, sono sempre troppe e molto profonde. Nel mondo, solo il 50 per cento delle donne sopra i 15 anni ha un’occupazione retribuita, a fronte del 75 per cento degli uomini. Per contro, quando si parla di lavoro non retribuito i numeri si capovolgono: le donne ne svolgono il triplo degli uomini.

Inoltre, persistono sul lavoro fortissimi stereotipi di genere: le donne sono portate a fare alcuni lavori e non altri (generalmente, in settori meno redditizi rispetto a quelli tradizionalmente considerati “maschili”), hanno mediamente retribuzioni più basse rispetto ai loro colleghi e limitate opportunità di avanzamento di carriera. Le cose non vanno meglio quando dal lavoro dipendente passiamo all’impresa: le imprese fondate da donne sono tendenzialmente più piccole, hanno meno dipendenti e sono maggiormente concentrate in settori con limitate opportunità di profitto e crescita.

Un recente report delle Nazioni Unite identifica quattro macro-fattori che impediscono la piena realizzazione della parità di genere in tutte le tipologie di lavoro e a tutti i livelli di sviluppo dei Paesi:

1)    Norme sociali ostili

2)    Leggi discriminatorie e inadeguata protezione legale

3)    Gender gap nel lavoro domestico e di cura non retribuito

4)    Disparità nell’accesso a risorse finanziarie, strumenti digitali e alle proprietà.

 

Il report identifica, dunque, alcune misure concrete che le imprese possono attuare per fare la propria parte in questa battaglia che dovrebbe coinvolgerci tutti, tra cui l’identificazione e la gestione degli stereotipi, coscienti e non, all’interno delle loro organizzazioni, offerte di politiche family friendly per tutti i dipendenti e non solo per le donne e l’imposizione di quote di genere nei consigli di amministrazione.

 

Il World Economic Forum, insomma, sembra avere sinceramente a cuore il problema della disuguaglianza di genere e dell’inclusione in generale: diversi sono stati i momenti di discussione dedicati all’analisi della globalizzazione e alla sua correzione verso una maggiore inclusione. Credo sia fondamentale partecipare al dibattito pubblico su questi temi così ampi, di scenario, portando in essi la voce delle donne, le relative richieste e idee. Organizzare e prendere parte a incontri molto specifici, sul tema della parità di genere e dell’empowerment delle donne sicuramente aiuta moltissimo la causa ma non basta, la sfida è troppo grande. E, secondo me, dobbiamo affrontarla passando da un approccio basato sulle politiche di genere a un approccio che preveda l’inserimento della prospettiva di genere in tutte le politiche pubbliche e nelle politiche aziendali.

 

Infine, per chi è interessato all’evento di Davos e vuole avere una testimonianza dall’interno di una donna che vi ha partecipato diverse volte, consiglio la lettura di questo breve articolo del New York Times, che racconta l’esperienza di Iris Bohnet, economista comportamentale alla Harvard Kennedy School. Una delle 600 donne presenti, su un totale di circa 3.000 partecipanti: nonostante tutti gli impegni e i bei discorsi, siamo ancora inchiodate al 20 per cento.

 

At a session that Ms. Bohnet moderates on forecasting bias, two professors — one male, one female — present together. He presents first; she doesn’t interrupt him once. When she speaks, he interrupts her six times — once, as he puts it, to clarify, before repeating what she said just 30 seconds earlier.

 

I’m beginning to understand what women here mean when they tell me they’re “in the room but not in the conversation.”

 

 

 


 








ALESSIA MOSCA
Membro del parlamento europeo