Il commercio nel settore del tessile: serve un'iniziativa-faro europea a tutela dei diritti dei lavoratori di tutto il mondo

venerdì 28 aprile 2017

 

Sette anni fa, il 24 aprile 2013, il crollo di una fabbrica tessile in Bangladesh causò la morte di 1129 persone e il ferimento di altre 2500. Il cedimento strutturale del Rana Plaza, questo il nome del complesso, è il peggiore incidente letale nella storia dell’industria tessile. La tragedia ha finalmente risvegliato la coscienza collettiva in occidente e gettato luce su un complicato sistema economico che, in nome del profitto e in una sorta di corsa al ribasso, calpesta i più basilari diritti umani e sociali. Per quanto il misfatto appaia lontano, i capi prodotti al Rana Plaza, commissionati dalle più rinomate e accessibili case di moda europee, sono conservati nei nostri armadi.

Attraverso un complicato sistema di scatole cinesi e appalti, le aziende occidentali, esternalizzando la produzione, sono riuscite ad incrementare le vendite, abbassare i prezzi e, al contempo, deresponsabilizzarsi. Affidando le commesse a imprese indipendenti si sono, infatti, lavate le mani dalle gravi violazioni dei diritti umani attribuendone la responsabilità alle aziende appaltatrici. In Bangladesh, uno dei Paesi con il più basso tasso di sviluppo economico, hanno trovato terreno fertile: fiumi di manodopera senza diritti a un costo prossimo allo zero. Si stima che circa quattro milioni di bengalesi lavorino nel settore che genera l’80% delle esportazioni e il 14% circa del PIL del Paese. Un dato molto rilevante nell’analisi di quest’industria è la composizione di genere dei suoi lavoratori. Gli operai impiegati dal settore appartengono a una fra le fasce più vulnerabili, sono donne pressoché indigenti provenienti dalle zone rurali.

 

In risposta ai drammatici eventi del 2013 e a tutti gli altri accadimenti meno noti ma altrettanto gravi, Unione europea, Stati Uniti, Canada, e Bangladesh hanno siglato con il governo locale, l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) e 65 aziende multinazionali un accordo che mira a prevenire ulteriori bagni di sangue sul posto di lavoro. L’intesa, tramite lo stretto monitoraggio dell’OIL, identificato come partner sul campo, mira al miglioramento delle condizioni dei lavoratori garantendo luoghi di lavoro sicuri, rappresentanza sindacale e contrattazione collettiva. Il governo bengalese si è impegnato a migliorare le normative vigenti e ad assicurarne una maggiore osservanza. Ue, Canada e USA forniscono, invece, cooperazione in materia legislativa e, tramite l’OIL, assistenza tecnica per la messa in sicurezza dei centri produttivi. Nel 2016, la mappatura degli impianti è stata terminata, la normativa sul lavoro emendata e sono stati osservati timidi miglioramenti nei rapporti industriali. Tuttavia, a due anni dalla scadenza dell’accordo, le criticità permangono.

 

Questa settimana, il Parlamento europeo, in concomitanza con l’anniversario del Rana Plaza, ha approvato una risoluzione, di cui ho curato l’opinione della commissione commercio internazionale per il Gruppo dei Socialisti e Democratici, che invoca un’iniziativa-faro dell’Ue nel settore dell’abbigliamento.

 

Considerata la necessità di una normativa quadro e transnazionale in materia, la Commissione europea, nel 2015, ha lanciato un processo legislativo che mira a garantire una maggiore responsabilità da parte delle aziende, un sostanziale miglioramento delle condizioni di lavoro nei paesi produttori, una maggiore trasparenza delle catene di approvvigionamento e acquisti consapevoli per i consumatori. Le consultazioni con gli operatori del settore e la società civile sono iniziate lo stesso anno. Il confronto ha fatto tesoro delle iniziative private e di quelle promosse a livello nazionale. L’obiettivo è impostare un sistema di  due-diligence che imponga comportamenti responsabili da parte degli operatori imponendo una maggiore trasparenza della filiera produttiva. In quest’ottica sarà importante tenere conto delle caratteristiche del sistema europeo e, in particolare, la natura della piccola media impresa.

Nel dettaglio, il progetto prevede che le aziende forniscano dati su tutti i fornitori coinvolti nel processo produttivo. Tramite il monitoraggio delle condizioni degli operai in loco e le pressioni dei consumatori, informati, per esempio, tramite un’etichettatura sulla sostenibilità del prodotto acquistato, la nuova normativa promuoverà un modello di sviluppo più sostenibile.

L’obiettivo della politica commerciale europea è proprio questo: stabilire regole comuni e prevenire gli eetti collaterali della globalizzazione. Con il voto di questa settimana abbiamo sollecitato la Commissione affinché presenti quanto prima una proposta con un approccio che vincoli le aziende a una maggiore trasparenza e a una più alta responsabilità sociale. Le iniziative private su base volontaria, pur avendo incontrato alcuni successi, non sono più sufficienti considerata la gravità della situazione. Una volta che la Commissione avanzerà la proposta legislativa, il Parlamento europeo sarà, quindi, chiamato a modificarla, approvarla o, eventualmente, rigettarla. L’Ue, che importa la metà della produzione di abbigliamento mondiale, ha la massa critica per guidare il cambiamento e promuovere condizioni eque per i lavoratori di tutto il mondo.

 

 

 

 

 

 








ALESSIA MOSCA
Membro del parlamento europeo