Governare la globalizzazione: le mie riflessioni sul documento della Commissione Europea

giovedì 18 maggio 2017

Il 10 maggio, la Commissione europea ha pubblicato un documento di riflessione sulla globalizzazione, “la gestione della globalizzazione”. Esso si inserisce in un più ampio momento meditativo, avviato lo scorso marzo, sulle sfide, interne ed esterne, che l’Unione europea si trova ad affrontare. Un serio dibattito sul futuro dell’Ue non poteva esimersi dal considerare le diverse facce della globalizzazione.

La politica commerciale, non a caso una materia di competenza esclusiva dell’Unione, si è imposta come una delle chiavi più utilizzate per capire e raccontare l’Europa. A seconda del segno ideologico e del grado di polarizzazione, partiti, giornali e associazioni sono saliti sulle barricate per attaccare aggressivamente o difendere ostinatamente i negoziati commerciali fra USA e Ue, il tristemente noto TTIP.

Il tema ha, poi, dominato le diverse campagne elettorali raggiungendo il culmine durante le presidenziali francesi. Non è stata una sorpresa. In Francia si sono contrapposte due idee, due progetti radicalmente diversi. I nazionalisti no-global, da una parte, hanno proposto meno Europa e protezionismo come armi per combattere crisi e disoccupazione. A testimonianza dell’incredibile tasso di polarizzazione, dall’altra parte, i liberali europeisti, per raggiungere il medesimo scopo, hanno indicato gli strumenti opposti: apertura e più Europa.

Dal canto suo, l’Ue, fallendo nel tentativo di impostare una narrativa diversa e basata sui fatti, negli ultimi anni è stata dipinta e percepita come la potenza oscura che, sovrastando le democrazie nazionali, ha promosso, in nome degli interessi dei cosiddetti poteri forti, deregolamentazione e mercantilismo minacciando i posti di lavoro, la libertà dei cittadini e, addirittura, quegli stessi standard di cui è madre protettiva.

L’avvio di una nuova fase di ripensamento e il lancio di un dibattito, aperto e partecipato, come si propone di fare la Commissione con questo documento, devono essere accolti come una prima mossa verso la giusta direzione. Il testo testimonia, infatti, un cambio di passo. La Commissione si discosta dalla visione dominante che dipinge il fenomeno nelle sole tonalità del bianco e nero riconoscendo, al contrario, la sfaccettata realtà e l’immensa complessità della globalizzazione.

La percezione del globalismo rimane comunque positiva. Nel documento non mancano dati in grado di provare questa grande verità: le centinaia di milioni di persone uscite dalla soglia di estrema povertà o, per esempio, i 14.000 posti di lavoro generati in Ue ogni miliardo di euro di esportazioni. Ancora, oggi circa 33 milioni di posti di lavoro in Europa sono legati alle esportazioni.

Tuttavia, grazie a una maggiore maturità, la Commissione ne ravvisa anche i rischi. Essa mette nero su bianco che la globalizzazione, pur generando quantitativamente più vincitori, crea anche perdenti. Essi sono, purtroppo, le fasce più vulnerabili. Sono, ad esempio, i nostri lavoratori poco qualificati dell’industria pesante. Tramite dumping sociale e ambientale, la concorrenza estera, proveniente dai Paesi in via di sviluppo, ha costretto le nostre aziende a chiudere o trasferire la propria produzione. L’industria tradizionale europea, infatti, produce rispettando i più alti standard ambientali e, soprattutto, garantendo i diritti conquistati dai movimenti sindacali nel novecento. Le grandi corporazioni, poi, sfruttando l’assenza o l’ambiguità del diritto internazionale e del sistema multilaterale, arrecando anche gravi danni erariali, giungono perfino a minacciare la sostenibilità del welfare-state europeo.

Fin qui, tutti – partiti inclusi – possono concordare. La differenza emerge nell’identificazione delle misure atte a prevenire e contrastare gli effetti distorsivi: nazionalismo o, al contrario, integrazione europea e sostegno al sistema multilaterale.

Quest’ultimo trae le sue origini dalle grandi crisi sviluppatesi nella prima metà del novecento. Le risposte ai primi due sconvolgimenti globali – la prima guerra mondiale e la grande depressione – sono state protezionismo e guerre tariffarie. La medicina, come noto, non ha funzionato. In Europa, ove il sistema produttivo per sua stessa natura era orientato agli scambi e già pienamente integrato nel sistema commerciale mondiale, gli effetti sono stati particolarmente gravi. Il vecchio continente, chiuso in se stesso e lacerato da un dissesto economico in peggioramento proprio a causa di politiche atte a combatterlo, ha presto dato luogo al secondo conflitto mondiale. L’Organizzazione mondiale del commercio (WTO), erede del GATT, nasce proprio per determinare regole condivise in grado di impedire nuove e pericolose battaglie doganali.

La Commissione Europea scorge nel rafforzamento del sistema multilaterale il primo ingrediente per sconfiggere gli effetti nocivi della globalizzazione. I primi obiettivi di questa strategia sono una disciplina più rigida in materia di sussidi statali (tanto nocivi per le economie di mercato); convenzioni internazionali sull’ambiente, che rendano la battaglia al cambiamento climatico condivisa e mondiale; parametri sulla tassazione delle grandi multinazionali, accompagnati da maggiore cooperazione nella guerra contro i paradisi fiscali. Il mantenimento del modello sociale e degli standard europei dipendono, infatti, dal rafforzamento delle istituzioni multilaterali, le uniche in grado di proporre un terreno di regole minime comuni. La Commissione auspica, quindi, un rafforzamento della diplomazia economica europea e una maggiore coerenza fra le diverse iniziative dei singoli Stati membri.

Ancora una volta la strada indicata implica una maggiore convergenza, più Europa. Il principio è molto semplice. Di fronte alle altre potenze commerciali, la voce unitaria dell’Ue, rappresentando un mercato di 500 milioni di consumatori, è l’unica a essere persuasiva. Il paradigma, orientato al futuro, risulta ancora più convincente. Nel 2050, nessuna economia europea sarà fra le otto maggiori a livello globale. Per salvaguardare l’occupazione e crescere, le imprese dovranno assicurarsi un accesso ai mercati più dinamici nell’ottica di un modello di scambi aperto e regolato a livello multilaterale. Il concetto di apertura, qui, non poggia più sulle teorie neoliberali miranti alla deregolamentazione. Al contrario, apertura è qui intesa come maggiore cooperazione.

La globalizzazione, dall’inaugurazione del canale di Panama, nel 1914, ha vissuto fase alterne di espansione e regressione mutando continuamente la sua intima natura. Nel prossimo futuro, i servizi, soprattutto quelli digitali, andranno a costituire un peso sempre maggiore nel volume totale degli scambi. Allo stesso modo, il costo della tecnologia impatterà maggiormente sui costi di produzione del settore manifatturiero. Il costo del lavoro, che nell’industria pesante ha determinato la delocalizzazione, perderà rilevanza. Con questi assunti, il testo di riflessione ci rimanda alla dimensione comunitaria e a quella nazionale.

Se, grazie all’innovazione europea, sarà possibile riattrarre una fetta dei lavori intensivi che il vecchio continente ha perso negli ultimi decenni, allora l’attenzione del legislatore si dovrà concentrare proprio sulle politiche interne. Da una parte, i posti di lavoro che rientreranno in Europa saranno radicalmente diversi rispetto a quelli che erano presenti pochi decenni fa. Non si tratterà più di settori ad alta intensità lavorativa. Al contrario, si parlerà di alta intensità di conoscenza: serviranno lavoratori altamente qualificati in grado di padroneggiare i nuovi metodi produttivi. La riqualificazione e la formazione continua dei lavoratori sono quindi la chiave di volta per generare occupazione. Non è un compito semplice, la competenza è condivisa fra Stati membri e Bruxelles.

L’Ue ha promosso, con questo scopo, il fondo per l’adeguamento alla globalizzazione. Esso sostiene gli operai dei settori intensivi attraverso fondi per la riqualificazione professionale e sostegno nella ricerca di un nuovo impiego o nel lancio di un’attività imprenditoriale. Tuttavia, il fondo dispone di mezzi troppo limitati e non agisce sistematicamente ma nei soli casi di chiusura di grossi impianti. Esso ha generato ottimi, seppur quantitativamente limitati, risultati. La strategia indicata dalla Commissione prevede il suo rafforzamento, coadiuvato dai fondi strutturali europei e da una maggiore coerenza e cooperazione fra le misure adottate a livello nazionale. Educazione, ricerca e innovazione, se adeguatamente sostenuti, farebbero il resto generando, così, un ciclo virtuoso in grado di creare posti di lavoro sia nel settore dei servizi digitali che in quello manifatturiero.

La grande novità di questa comunicazione è, quindi, la rinnovata attenzione verso la dimensione interna: la regolamentazione della globalizzazione parte a casa nostra. La Commissione auspica, quindi, più Europa, maggiore cooperazione, più scambi di best practice, maggiore coerenza fra le misure locali e quelle comunitarie e più chiarezza. Le dinamiche intergovernative, dove le decisioni vengono prese dai governi e non a livello centrale, tendono, infatti, a rendere gli obiettivi ambigui e spesso contradditori. Dobbiamo sapere dove vogliamo andare e, una volta identificata la destinazione, raggiungerla con i migliori mezzi a nostra disposizione.

In conclusione, pensando al mio lavoro quotidiano in commissione commercio internazionale, ho osservato come la comunicazione non contenga riferimenti agli accordi commerciali bilaterali, quelli conclusi fra Ue e Stati terzi. Il motivo, a parer mio, è che, seppur perfettibile, la strategia bilaterale risponde già ai criteri di un modello di crescita sostenibile. Una politica che mira a definire regole comuni e crescita ma che, senza essere supportata da misure interne, fatica a eliminare le distorsioni della globalizzazione. Occorre senz’altro maggiore coerenza fra la dimensione interna, in gran parte regolata ancora a livello nazionale, e quella commerciale, di competenza europea. 

 








ALESSIA MOSCA
Membro del parlamento europeo