Dipartimento mamme: le parole sono importanti!

mercoledì 26 luglio 2017

Avevo deciso di non commentare la creazione del “Dipartimento mamme” del PD, soprattutto perché alla guida è stata chiamata una persona, Titti Di Salvo, di cui stimo l’impegno politico sui temi di genere e della maternità in particolare.

Dopo le dichiarazioni di ieri di Patrizia Prestipino nel tentativo di difendere la denominazione scelta, tuttavia, ho sentito necessario intervenire, perché il limite per restare in silenzio è stato ampiamente oltrepassato, specialmente per chi ha fatto della battaglia culturale per superare il divario di genere uno dei principali impegni pubblici e privati.

Si dirà, in un caso e nell’altro, che si è trattato di uno “scivolone” lessicale. Non sono d’accordo, perché la lingua è cultura e il linguaggio che si usa racconta molto della visione del mondo che si sposa. Io penso che la visione che trapela dal “Dipartimento mamme”, dall’utilizzo della parola “razza” e, ancora, dalla frase “le mamme omosessuali, donne o uomini che siano”, non possa essere compatibile con il progetto di un partito progressista, aperto e innovativo del terzo millennio.

Contesto il nome del dipartimento (e penso che il segretario Matteo Renzi debba avere l’umiltà di riconoscere l’errore e cambiarlo) perché tradisce una visione del mondo completamente errata. 

E’ vero: certamente la maternità in Italia continua a essere uno dei maggiori ostacoli all’occupazione femminile, così come è vero che, in generale, essa non è considerata un bene pubblico, ma tendenzialmente una gioia - e anche una fatica - privata, perlopiù per le donne.

L’istituzione di un “dipartimento mamme”, tuttavia, rafforza il messaggio per cui la natalità è un tema solo femminile, mentre questa concezione sarebbe proprio il primo ostacolo culturale da superare.

Abbiamo fatto tante battaglie per la parità: questo significa, in primo luogo, una società in cui le donne abbiano la libertà di essere mamme, con tutto ciò che comporta in termini di politiche sociali e del lavoro, come anche di non esserlo. In secondo luogo, non possiamo prescindere dalla consapevolezza che, per invertire la tendenza alla decrescita demografica e realizzare davvero l’emancipazione economica delle donne, si deve fare sì che sia sempre più riconosciuto, valorizzato e responsabilizzato il ruolo dei padri. Gli uomini devono entrare a far parte dell’equazione, mentre – credo che su questo possiamo essere tutti d’accordo – la creazione di un “dipartimento mamme” non fa che certificarne l’esclusione.

Quando parliamo di natalità, dobbiamo rivolgerci alla società intera: da un lato, è necessario realizzare le condizioni perché tutti gli individui – uomini e donne – possano esercitare le propria libertà di scelta e realizzare i propri desideri. Oggi, in Italia, diventare genitori è un atto di coraggio ed è sempre meno realizzabile, per via dei troppi vincoli economici e sociali ancora fortemente presenti.

Dall’altro lato – adottando un orizzonte più ampio, che dovrebbe essere quello proprio della politica anche se con dolore mi sembra che in molti, anche dentro il mio partito, lo abbiano smarrito – dobbiamo contribuire a creare speranza nel futuro, che permetta di avere maggiore fiducia nel mettere al mondo dei figli.

Infine, è necessario che chi diventa genitore non debba essere messo nella condizione di scegliere tra lavoro e famiglia: un bivio ingiusto e doloroso che, torno a ripetere, riguarda sempre di più anche i giovani padri che vorrebbero avere la legittimazione sociale e le possibilità materiali (congedi, permessi, flessibilità organizzativa) per poter essere maggiormente presenti nella vita dei figli e condividere le responsabilità di cura.

Prima di tutto, però, dobbiamo partire dalla necessità di parlare di maternità, anche tra donne, senza tabù, riconoscendo a noi stesse che non siamo sbagliate anche se tutto gioca per farci sentire tali, qualsiasi scelta assumiamo. Mi chiedo quante, leggendo il post della mamma americana che ha saputo dire “Siamo tutte buone mamme!”, si siano sentite, finalmente, accolte, non giudicate, meno sole.

Sulla maternità, c’è quindi molto da dire e molto di più da fare, non vi è alcun dubbio. Cominciamo utilizzando il linguaggio corretto, preoccupandoci non della forza comunicativa delle parole, dei titoli sui giornali, ma della loro potenzialità di generare un cambiamento culturale. Perché le parole contano, eccome, specialmente in un ambito in cui la cultura gioca un ruolo così centrale e il rischio di regredire è, purtroppo, fortissimo.

Troviamo, noi donne, il coraggio di rifiutare il tentativo di incasellarci e, soprattutto, di difendere con più forza le nostre libertà, quelle già raggiunte e quelle ancora da conquistare.








ALESSIA MOSCA
Membro del parlamento europeo